mercoledì 1 giugno 2016

Ora,qui

L'amore non sopporta interruzioni di tempo o di spazio:non puó che essere sempre,non può che essere ovunque.E se delle "interruzioni" si trova a subire inizia a fremere,a premere,come qualcosa che non puó essere contenuto, perchè l'unica dimensione che conosce é quella della libertá.Fluisce,in continuitá, come acqua;come acqua penetra nelle fessure di ogni giorno,perché nulla della vita che attraversa resti asciutto.Come acqua impregna,leviga e risana.É destinato a stare in perenne movimento:se si ferma ristagna. Copre distanze,da nomi ai luoghi,riveste di memoria angoli di mondo.Avvolge i pensieri,da ritmo ai battiti, suggerisce i sospiri.Tanto ti astrae dalla realtá cullando i tuoi sogni,tanto ti da la forza di immergerti in essa regalandoti occhi nuovi. Spoglia le tue paure,smaschera le tue insicurezze,riveste le tue fragilitá,presta la voce ai tuoi desideri. Ti chiama per nome in mezzo alle folle anonime.Ascolta le tue lacrime in mezzo alla pioggia battente.Riconosce il tuo sorriso tra i raggi del sole. C'è da prima che tu esistessi ma aspetta i tuoi giorni per prendere carne.Conosce che fine faranno i tuoi anni e per questo li illumina come fossero tutti nuovi inizi. Eccolo in queste nuvole pesanti;eccolo nel mare che mi si apre davanti;eccolo in quelle montagne che conoscono il suo nome.Eccolo,senza tempo e senza luogo,eppure qui,eppure ora.

giovedì 14 aprile 2016

Se tu vorrai...

Se tu vorrai, amico del mio cuore, saprò farmi aria per dar voce ai tuoi pensieri. Cercherò di farmi vento per disperdere le tue preoccupazioni. Sarò scirocco per assorbire le tue passioni e sconvolgere i tuoi scogli. Sarò tramontana per spazzare via i tuoi dubbi come fossero nuvole fuggiasche. Mi farò tempo per dare spazio ai tuoi sogni. Mi tramuterò in respiro per ascoltare i desideri al cui ritmo batte il tuo cuore. Mi farò attesa perché tu non abbia a modificare il tuo passo. Sarò corsa per le volte in cui vorrai essere raggiunto. Sarò fiume lento per le volte che vorrai perderti. Non avrò altra bussola che i nostri occhi: mi indicheranno la direzione, mi dichiareranno il volere, lì dove sapranno farsi luce. Non avrò altra cartina che le nostre vene: mi mostreranno la strada segnata dal pulsare del nostro vivere. Se tu vorrai, amico del mio cuore, sarò ventre che custodisce e gravida la tua vita.

domenica 20 marzo 2016

"Primavera non bussa lei entra sicura, come il fumo lei penetra in ogni fessura"

Non spetta a te decidere quanto profumerà il fiore una volta schiuso, quanto i rami dell’albero sapranno protrarsi per farsi illuminare dal sole, quanto la pianta saprà spingersi in alto a toccare il cielo, o quanto le sue foglie saranno vivide bagnate di rugiada al mattino. Non potrai mai prevedere quanto il seme gettato riuscirà a sopravvivere all’alternarsi mutevole e ormai imprevedibile delle stagioni. Nessuno ti potrà mai garantire che il tempo speso a piantarlo, a curarlo, ti verrà restituito in profumi,in gemme o in frutti. Ma allora perché faticare per qualcosa di così incontrollabile?Perché sfidare ogni giorno il rischio delle intemperie che in un attimo potrebbero portarti tutto via? Perché farlo ancora, dopo che hai conosciuto la tempesta e quanta devastazione può causare intorno a te? Forse perché non sapresti che altro senso dare al tuo esistere se non che il perpetuarsi incessante di un gesto d’amore, come quello di un semino covato nella terra, che crea e ricrea vita anche per te, in te. Forse perché ha più senso sperare nel crescere di quel seme e nel suo sbocciare piuttosto che capitolare davanti alla paura della disfatta. O perché un secondo di quella vita vale più di un’eternità di vuoto. O perché un secondo di quella vita ti spalanca all’eternità, succeda quel che deve succedere. Forse perché quel seme, quel tempo di cura, quella speranza, hanno la consistenza delle cose buone: semplici, naturali, che aderiscono al cuore, che non tolgono ma aggiungono sempre qualcosa. E con quel seme senti che stai rifiorendo anche tu in modo semplice, naturale e secondo il tuo cuore. Forse perché hai conosciuto da che pianta viene quel seme e in quella pianta hai intravisto il “di più”. Forse perché non conosci altro modo di vivere che affidarti e quel semino ti è stato messo tra le mani, offerto dal vento, in un tempo sospeso tra il gelo dell' inverno e lo spargersi della primavera.

venerdì 19 febbraio 2016

Gustate e vedete

Nessuno gli aveva detto che si sarebbe trattato di assaporare insieme. Lo capirono da soli, quando iniziarono a sentire quel gusto.Gli si avvicinarono a piccoli bocconi.Il primo li lasciò indifferenti,il secondo li trovó disponibili,il terzo li rapí del tutto. Sollevarono gli occhi puntandoli l'uno sull'altro:incrocio veloce di sguardi,emozione che sale dalla pancia al volto,sorriso appena accennato,compiaciuto,complice. Riso di chi si riconosce da lontano. Riso di chi trova quello che da sempre ha cercato. Riso di chi è trovato da quello che da sempre ha sospirato. E poi il gusto:di quelli che risvegliano i sensi e addormentano i fantasmi, che riempie senza mai saziare. Nessuno gli aveva mai detto che si sarebbe trattato di assaporare insieme la vita:di metterci e trovarci sapore,insieme.

venerdì 5 febbraio 2016

Pezzi di pensieri "migratori"...dalla "vecchia signora coi fianchi un po' larghi" (cit.)

Quando ci rivestiamo impropriamente di parole e quando le parole dicono la distanza.Perché noi parliamo, sì, ma a distanza e non solo perché siamo lontani ma perché il nostro dire ci allontana. Migrante o nomade?Realtà diverse usate per costruire immaginari comuni, quelli di chi decide di avere uno sguardo parziale sulle cose. Sono solo percezioni, lo dico subito. Come tali potrebbero essere sbagliate. O forse come tali non possono che essere giuste perché non conoscono argomenti contrari, almeno sullo stesso piano, quello soggettivo intendo. Sono relative. Come tutto ormai. No, non è vero: non tutto è relativo. Potete obiettarmi quello che volete, ma non tutto è relativo. Di certo non lo è il valore della tua vita e della mia, fratello. Non lo è il valore del tuo passato e del tuo futuro. Della tua gioia e del tuo dolore. Il passato e il futuro, la storia e i desideri, la disperazione e la speranza. La prima percezione è che proprio queste siano le dimensioni che segnano la distanza tra i migranti e i nomadi, che sono categorie storiche ma anche incarnazioni di aspetti diversi del nostro animo. I nomadi rinunciano alla propria storia o meglio acconsentono a portarsene dietro quel tanto che può entrare nelle loro valigie, nella loro lingua, nei loro usi, nei tratti del volto e nelle musiche. Non hanno bisogno di radici ma solo di conservare le tracce del loro cammino per poter, in caso di necessità, ricostruire all’indietro il percorso. Similmente i nomadi non conoscono il futuro, non pianificano niente in realtà, vivono in un eterno oggi, mobile, senza limiti temporali e, quindi, senza spazio. I migranti, invece, si strappano dalla loro storia e questa li perseguita per tutta la vita. Non riescono a chiudere il passato in valigia, non ci sta, è ingombrante. E’ quella stessa storia a costringerli al movimento: si muovono per fuggirla. Ma essa li assorbe in modo tentacolare e anche se non vogliono esplode dai loro occhi, sfugge dalle loro labbra, si impossessa dei loro ricordi. E’ quella storia che li sottrae al presente, un presente che diventa solo tempo di passaggio, per sistemare, per “regolarizzare” quel che stato così da potersi proiettare verso quello che sarà. I migranti vivono sospesi tra due miti: quello che è stato e quello che sarà. Speranza e disperazione convivono nei primi che consci della finitezza umana tentano continuamente di superarla. Dalla disperazione alla speranza è il cammino che compiono i secondi. La seconda percezione riguarda il concetto di appartenenza. I nomadi possiedono ma non appartengono. Hanno un forte senso del possesso rispetto a quel pezzetto di vita che si portano dietro, come lumache che hanno costruito meticolosamente la loro casa. Il loro mondo è tutto lì e ad esso non intendono rinunciare. Allo stesso tempo però non appartengono a niente e a nessuno, se non che a se stessi. Non hanno terra né destinazione, non hanno stagione né clima, non conoscono altro panorama che il cielo, unico elemento di costanza nel loro irrefrenabile movimento. Non appartengono al luogo da cui hanno scorto la prima luce né intendono appartenere alla polvere che coprirà i loro corpi freddi. Occupano gli spazi ma non se ne preoccupano né ne sono “occupati”. I migranti disimparano il possesso piegandosi alla necessità. Chi parte di notte, in fretta o spinto da un’ urgenza non può che cingersi i fianchi è mettersi in cammino, non ha il tempo di riempire la bisaccia. Parte così, nudo, sapendo che tanto non potrà portarsi dietro tutto ciò che possiede, che ha accumulato o costruito nel tempo. Nell’andare i migranti non rompono il legame di appartenenza con la propria terra anzi, se possibile, lo stringono ancor di più facendone un’alleanza incisa nelle viscere. Si sentono responsabili di quella terra così come vivono un debito di riconoscenza verso quella che li accoglie. Divisi, scissi, condannati a sentirsi sempre cittadini e stranieri allo stesso tempo, comunque manchevoli. Tutto può esser nuovo intorno a loro ma il loro occhio non rinuncerà mai alle diapositive dell’origine: ad essa appartengono. Il grado di appartenenza incide ovviamente sull’identità: il nomade costruisce la sua identità in modo autoreferenziale, quasi individualista; il migrante vive del ricordo di una identità collettiva cui ha dovuto soprassedere per sopravvivere. La terza percezione ha a che fare con la libertà. Se l’essere nomade è una scelta libera, magari fondata anche su una predisposizione naturale, il migrante non è tale ab origine ma lo diventa, anzi è migrante proprio perché è costretto a rinunciare ad essere altro: “residente”, che sta. Il nomade “non sta” perché non vuole stare. Il migrante perché non può

sabato 12 dicembre 2015

Lode dei gesti rubati...la moltiplicazione:-)

Per i silenzi che sanno accompagnare e custodire piú di mille parole e per le parole che nascondi nel silenzio, tanto sono preziose. Per le lacrime da cui riparte la vita e per i sorrisi nuovi attraverso cui corre spontanea. Per il freddo che si appoggia sulle guance e apre i polmoni, ricordandoti quanto in profonditá possa arrivare il respiro. Per le cime appuntite che ricostruiscono il tuo desiderio di conficcarti nel cielo. Per il sorgere lento e graduale del sole che non illumina tutto in una volta:inizia dalle cime e poi scende nella profonditá degli abissi. Per le "panchine panoramiche" disperse lungo il cammino che ti invitano a sostare,a rallentare il passo, a trattenere la bellezza. Per tutte le volte in cui ti inoltri fino a perderti e poi scopri che il modo di orientarsi esiste sempre: basta sapere dove tornare! Per l'amore semplice,nudo,diretto, di chi ti vuole bene perchè vuole il tuo Bene. Per quegli incroci di vita che mai avresti saputo immaginare e che ti parlano di una creativitá Altra. Per la condivisione profonda che non passa dal racconto delle vite ma dall'ascolto dei battiti. Per chi senza neanche incrociare il tuo sguardo anticipa una richiesta,precede un bisogno,ride del tuo riso e ha sogni e visioni della tua stessa pasta. Per gli occhi che profumano di eterno.

lunedì 2 novembre 2015

Lode dei gesti rubati

Per i sorrisi scambiati,
che volano da un lato all'altro di una stanza
sulle traiettorie di sguardi cercati.
Per la mano che si poggia improvvisa sulla spalla
a dirti una presenza
e per quella che in mezzo alla folla cerca, sicura, la sua corrispondente in cui incastrarsi.
Per il tocco leggero sulla guancia di un volto stanco
che promette conforto e ristoro.
Per lo sguardo fiducioso e tremante di una madre
che a distanza segue i primi atterraggi del figlio.
Per il gesto timido e furtivo di chi,
passando davanti ad una chiesa,
avvolge il suo corpo nell'abbraccio trinitario
di un segno di croce.
Per quel fazzoletto non chiesto
che tempestivo ti arriva tra le mani
ad asciugare le lacrime.
Per quel profumo di tenerezza che sale dal bacio di un padre
mentre tra le braccia stringe una piccola vita addormentata.
Per quel filo di complicità che congiunge cuori
che condividono sogni e realtà,
pur nel silenzio delle parole.
Per quei corpi anziani che quasi incastonati l'uno nell'altra
 - tanto si appartengono ormai -,
fanno ancora la strada insieme,
conoscendo l'uno il passo dell'altra,
aspettando l'uno il tempo dell'altra,
rispettando l'uno la sosta dell'altra.
Per lo stupore negli occhi del viaggiatore
che non si stanca di gustare il creato e lì,
sedutoti accanto, chiude gli occhi,
offrendo il viso al sole, e sorride.
Per il pianto nascosto e lo sguado smarrito
di una donna che non riesce a vedere il futuro.
Per il canto di lode che nella notte, con forza,
eleva la donna non più padrona del suo corpo
ma ancora libera di offrire la sua preghiera.
Per tutti questi di pezzi di vita rubata,
ascoltata con gli occhi,
custodita nel cuore,
Grazie.