Carissima Elda,
mi accade spesso di ritrovarmi catapultata dentro i luoghi di vita di altri. Ne condivido gli spazi, dormo nelle loro stanze, mangio con loro, come entità di passaggio ma ben mimetizzata:faccio presto a farmi uno con tutti, a fare casa intorno a me! Sono sempre esperienze di benedizione, doni grandi attraverso i quali mi è concesso di sentire l'odore vero,e non addolcito,dell'umano.
Attraverso realtà apparentemente molto diverse tra loro ma, di fatto, animate e agitate dagli stessi sentimenti: ovunque si muovono passioni e desideri, ovunque serpeggiano dubbi e tristezza, ovunque si fa spazio la paura continuamente in lotta con la speranza.
Le ultime stanze che ho visitato erano segnate da un certo grigiore. Gli occhi di chi le abitava erano velati, forse a proteggersi dalla violenza implicita, e non, troppe volte fissata. Le loro voci erano spente perché il fiato faceva fatica a farsi strada nella gola, nel naso, appesantito dalla rabbia e dal rancore che più di tutto facevano rumore. I loro visi sembravano aver dimenticato quali fossero i muscoli da attivare al passaggio di un sorriso per cui, come in una "ola" andata male in cui i partecipanti non sanno bene quando alzarsi e quando sedersi, spesso rimanevano sospesi in espressioni indefinite, a mezz'aria, contratte. Stanze tappezzate di amori spezzati, traditi, di rivendicazioni egoistiche, di richieste di com-passione urlate come fossero ordini, di spasmodiche ricerche di "ben-essere" trasformatesi in estenuanti tentativi di nuotare in una piscina ormai vuota.
Luoghi di povertà vera, assordante, dalla quale rischi di essere sopraffatta tale è la tua impotenza, in mezzo ai quali però la Bellezza non viene mai vinta del tutto, riuscendo ad arrampicarsi ai piccoli rami che trova disponibili come edera testarda.
Ho capito che per attraversali davvero occorre abdicare subito. Rinunciare all'idea di dover e poter salvare qualcosa o qualcuno. E stavolta credo di averlo fatto, facendomi ancora una volta "foglia docile". Così ho sentito farsi strada e fare capolino al mio orecchio le parole sempre nuove, tanto sono dense, di quella che giustamente conosciamo come la "preghiera semplice": è semplice perché è immediata, diretta, è di totale adesione al reale."Fa di me uno strumento della Tua Pace": solo uno strumento, quale che sia, quello che ti serve, quello che ritieni più utile, al servizio della Tua Pace.
"Dove è offesa, ch'io porti il Perdono.Dove è discordia, ch'io porti l'Unione...Dove è disperazione, ch'io porti la Speranza.Dove è tristezza, ch'io porti la Gioia". Ecco!Che pace, cara Elda, non appena ho capito che niente altro mi si chiedeva che questo: rendere disponibile agli altri quello che avevo conosciuto in Lui, senza dover mentire assecondando le letture di disperazione e discordia degli altri. Comunicare la Verità della Gioia e la Libertà che ne deriva, niente altro.
Così, durante quest'ultima visita nelle stanze degli altri, ho capito cosa voglio fare da grande (finalmente dirai tu!): la portinaia!Ma non per chiudere le porte dietro gli altri - come pure qualcuno mi disse - ma per spalancare porte e finestre nella vita di quanti mi sarà fatto dono di incontrare.
Quelle stanze, quei luoghi, quelle vite hanno bisogno di aria, di respirare aria buona, l'unica che rimette in circolo l'ossigeno. Io voglio farmi strumento perché quell'aria circoli, entri la luce, si riaccenda la Speranza.
Unisciti a me, Elda: spalanchiamo queste finestre per chi non è capace e non ha più la forza di farlo da sé.
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