<Cosa fai lì, con quell'aria sognante?>.
<Aspetto>.
<Come "aspetto"? Cosa aspetti? Chi aspetti?>.
<Aspetto l'eternità>.
< Forse vuoi dire che "aspetti da un'eternità "?>.
<Simpatico! No no, aspetto l'eternità>.
< No no, guarda che in italiano non si dice così. Se vuoi esprimere che stai aspettando da tanto, devi dire: "aspetto da un'eternità"!>.
<Accipicchia, questa è bella! Saprò cosa voglio dire, no? Non aspetto da tanto, ma l'oggetto della mia attesa è l'eternità!>.
< Ah, ho inteso...no, anzi, in realtà non ho capito, ma lasciamo stare. E da quanto la aspetti?>
< Da una vita>.
< Ecco! Allora vedi che aspetti da tanto! "Da una vita" è un altro modo di dire, proprio come "da un'eternità ", per esprimere che aspetti da tanto. Qui casca l'asino!>.
<Forse è meglio che l'asino te lo vai a riprendere lì dove è cascato: "da una vita" in questo caso non è un modo di dire. Io aspetto l'eternità da quando sono nata, da quando è iniziata la mia esistenza, insomma da una vita, la mia. Guarda che anche tu aspetti la stessa cosa da una vita, la tua vita. Siamo fatti per desiderarla>.
< Tu sei fuori di testa! Quindi, aspetti chi non viene mai, da una vita intera?>.
< Io sarò fuori di testa, ma tu ci stai ben chiuso dentro la tua testolina di pietra! Aspetto "chi" o forse meglio "quello" che c'è sempre stato, da prima che io fossi, e che ci sarà sempre, oltre me. L'eternità insomma!>.
<O santa pazienza! Ma dimmi, come si fa ad aspettare chi c'è sempre stato e, quindi, è già arrivato? Capisci che non ha logica quello che dici?>.
< Si, capisco sia strano. Il punto è questo: noi non siamo capaci di intendere l'eternità per intero, possiamo solo aspettarla. Aspettare che si manifesti a noi, come frammento da contemplare, attimo da gustare, orizzonte cui consegnarci. Quindi io aspetto che arrivi il mio frammento>.
<Ma cosa aspetti di preciso?>
< Che si manifesti>.
< E come sará secondo te?>
< Sarà un "si", sussurrato con tenerezza. In quello starà il mio frammento di eternità, il mio nuovo orizzonte senza confini>.
< Un " si" a cosa? Detto da chi?>.
< Un "si" all'Amore, detto dall'Amore, con Amore e per l'Amore. Ma questo è il mio frammento speciale. Ognuno ha il suo e nella vita ne incrocia tanti>.
<E il mio? Come lo riconosco? Come lo catturo? >.
< Non lo puoi catturare. È dono da accogliere. Anzi da cogliere. Per cui apri il cuore e aspetta>.
mercoledì 23 maggio 2018
domenica 22 ottobre 2017
E' solo un filo.
E' solo un filo, di quelli sottili, fatto scorrere dentro una cruna minuscola.
E' solo un filo, di quelli usurati, lisciati dalla pressione delle mani, che già inizia a scomporsi in tanti micro-fili più piccoli.
E' solo un filo,un po' elettrizzato.
E' solo un filo quello con cui è cucito il mio corpo.
Solo un filo che tiene insieme le mie ossa e gli da forma dentro questa carne.
E' solo un filo che attraversa i miei pensieri, ne scandisce il tempo, né traccia le evoluzioni.
Un filo che disegna le mie visioni e, annodandosi in due o tre punti, irrobustisce i miei sogni.
E' un filo quello su cui corrono le parole che cercano di dare contenuto al mio credere e al mio sperare.
Un filo con cui appuntare le stellette delle mie battaglie "per".
Un filo con cui rattoppare le ferite e tappare le feritoie.
Di questo filo è tessuto il mio volere.
Su questo filo residua il mio unico potere.
Dalla sua resistenza dipende la mia.
E' solo un filo, dite voi.
Ma a quello resto attaccata come marionetta.
In quello trovano impulso movimenti e moventi.
Senza quella resto sulla scena priva di vita.
E' solo un filo e ha il colore dell'anima mia.
E' solo un filo, di quelli usurati, lisciati dalla pressione delle mani, che già inizia a scomporsi in tanti micro-fili più piccoli.
E' solo un filo,un po' elettrizzato.
E' solo un filo quello con cui è cucito il mio corpo.
Solo un filo che tiene insieme le mie ossa e gli da forma dentro questa carne.
E' solo un filo che attraversa i miei pensieri, ne scandisce il tempo, né traccia le evoluzioni.
Un filo che disegna le mie visioni e, annodandosi in due o tre punti, irrobustisce i miei sogni.
E' un filo quello su cui corrono le parole che cercano di dare contenuto al mio credere e al mio sperare.
Un filo con cui appuntare le stellette delle mie battaglie "per".
Un filo con cui rattoppare le ferite e tappare le feritoie.
Di questo filo è tessuto il mio volere.
Su questo filo residua il mio unico potere.
Dalla sua resistenza dipende la mia.
E' solo un filo, dite voi.
Ma a quello resto attaccata come marionetta.
In quello trovano impulso movimenti e moventi.
Senza quella resto sulla scena priva di vita.
E' solo un filo e ha il colore dell'anima mia.
mercoledì 30 agosto 2017
Semplice
Semplice è direzione univoca, senza contraddizioni.
Semplice è uno, senza frammentazioni.
Semplice è intero, senza crepe.
Semplice è vero, senza dimostrazioni.
Semplice è povero, perché ha bisogno di poche cose.
Semplice è facile, perché è fare e agire che cerca realizzazione.
Semplice è linearità, immediatezza, natura, senza aggiunte o complicazioni.
Così vorrei che fosse l'anima mia, così...semplicemente.
Semplice è uno, senza frammentazioni.
Semplice è intero, senza crepe.
Semplice è vero, senza dimostrazioni.
Semplice è povero, perché ha bisogno di poche cose.
Semplice è facile, perché è fare e agire che cerca realizzazione.
Semplice è linearità, immediatezza, natura, senza aggiunte o complicazioni.
Così vorrei che fosse l'anima mia, così...semplicemente.
mercoledì 19 aprile 2017
In quelle sette miglia
Vorrei riconoscerti al mattino,in quel raggio che si insinua lento da una fessura,allargandosi nella camera.
Vorrei riconoscerti negli spazi vuoti che resistono in mezzo al ritmo dei pensieri, che già anticipano i passi del giorno.
Vorrei riconoscerti nella trasparenza di due occhi e nell'immediatezza di un sorriso.
Vorrei ritrovarti in quel pensiero del cuore che si accende all'improvviso,un po' promessa, un po' ricordo.
Vorrei trovarti nelle lacrime che mi restano come ultime parole sensate pronunciabili davanti all'orrore.
Vorrei scoprirti nell'umanità semplice di un gesto mai scontato e di parole dimenticate.
Vorrei riconoscerti nella unicità di un nome,di una storia,di un passato e nella speranza di un futuro.
Vorrei guardarti attraverso un cielo che si infiamma,una cima che si allunga agile,una notte ferma e trapuntata di stelle.
Vorrei riconoscerti in quella voce familiare che si fa rifugio e abbraccia le fatiche,in quella bocca che bacia le ferite,in quella mano che porge al mio cuore un palloncino perché conosca il vento, la leggerezza.
I miei vorrei lastricano la strada verso Emmaus.Tu metti i tuoi passi accanto ai miei.
Vorrei riconoscerti negli spazi vuoti che resistono in mezzo al ritmo dei pensieri, che già anticipano i passi del giorno.
Vorrei riconoscerti nella trasparenza di due occhi e nell'immediatezza di un sorriso.
Vorrei ritrovarti in quel pensiero del cuore che si accende all'improvviso,un po' promessa, un po' ricordo.
Vorrei trovarti nelle lacrime che mi restano come ultime parole sensate pronunciabili davanti all'orrore.
Vorrei scoprirti nell'umanità semplice di un gesto mai scontato e di parole dimenticate.
Vorrei riconoscerti nella unicità di un nome,di una storia,di un passato e nella speranza di un futuro.
Vorrei guardarti attraverso un cielo che si infiamma,una cima che si allunga agile,una notte ferma e trapuntata di stelle.
Vorrei riconoscerti in quella voce familiare che si fa rifugio e abbraccia le fatiche,in quella bocca che bacia le ferite,in quella mano che porge al mio cuore un palloncino perché conosca il vento, la leggerezza.
I miei vorrei lastricano la strada verso Emmaus.Tu metti i tuoi passi accanto ai miei.
mercoledì 15 febbraio 2017
Non più solo io.
Ti è mai successo di sorridere di sorrisi non tuoi?
Hai mai pianto bevendo lacrime non tue?
Hai mai sognato di sogni altrui o sperato di speranze
estranee?
Accade, mio caro.
Accade se decidi di non barricare le vie
di accesso al tuo sentire.
Accade se accetti di essere “parte di” e smetti di pensarti
come un“tutto” finito.
Accade quando al mattino collochi il tuo battito nell’eterno
pulsare del tempo
e riconosci nella tua voce l’eco dei secoli.
Accade quando cerchi la vita che non conosce distanze e non
ammette contorni,
quando rimetti la mano in quello squarcio da cui continuano a fluire buio e Luce.
quando rimetti la mano in quello squarcio da cui continuano a fluire buio e Luce.
sabato 14 gennaio 2017
Salve, Mr Ant!
Il mio vicino, Mr Ant, si è trasferito al piano sopra di me da meno di un anno. E' arrivato in una normalissima mattina di settembre con al seguito la moglie e quelli che presumo essere due gemelli (in realtà tutta la famiglia sembra composta da gemelli, se non fosse per la diversa stazza dei genitori rispetto ai figli). Sono arrivati quasi in silenzio: silenziosi i loro passi, silenziosi gli operai che hanno caricato su per tre piani i loro mobili, silenziosi gli amici venuti (o forse mai venuti?) a trovarli non appena si sono insediati.
Per non disturbare hanno preferito non venire a suonare di porta in porta per conoscere noi co-abitanti del palazzo. Per non disturbare - lo hanno precisato nell'incipit del loro messaggio - hanno preferito mettere nelle buche delle lettere un discreto bigliettino con cui annunciavano il loro arrivo e ci invitavano ad un breve aperitivo di benvenuto il venerdì successivo dalle 17 alle 17:45 (breve davvero a pensarci bene!). Io non riuscì ad andare a quell'aperitivo e la cosa mi mise alquanto a disagio: come avrei dovuto comportarmi a quel punto?Nella norma avrei citofonato ai miei vicini il giorno successivo o nel weekend e mi sarei presentata con un dolcetto di benvenuto invitandoli a venire da me per un caffè o una tisana quando gli fosse tornato meglio. Tuttavia, "per non disturbare", forse avrei fatto meglio a dare seguito a quella comunicazione epistolare cui loro avevano dato inizio. Decisi allora per una via di mezzo: avrei scritto anche io un bigliettino che avrei messo nella buca, preparandomi ad intercettarli lungo le scale negli orari soliti di ingresso/uscita, così da rimarcare a voce il mio augurio di benvenuto e il mio invito.
Per questa ragione,e non per qualche forma di paranoia o per qualche mania persecutoria, iniziai a "seguire", o almeno a tentare di seguire, i miei vicini.
Dalla mia postazione sottostante potevo registrare i loro spostamenti o quantomeno percepire quando qualcuno usciva o entrava.
Potevo permettermi il lusso di adattarmi e di inseguire i loro spostamenti perché io,ormai da qualche anno, mi ero affrancata dagli orari di uscita, dalle pause pranzo e dalle ferie: come traduttrice freelance avevo la (S)fortuna di poter lavorare da qualsiasi angolo di mondo dotato di una connessione wi-fi e spesso, quindi, finivo col farlo da casa, dalla mia scrivania.
Dopo due settimane di tentativi eccomi qui: orecchio teso appoggiato al mio portone e fiato silente per non coprire i rumori di fuori. Ma al momento nulla da rilevare
(continua...se vi/mi va).
Per non disturbare hanno preferito non venire a suonare di porta in porta per conoscere noi co-abitanti del palazzo. Per non disturbare - lo hanno precisato nell'incipit del loro messaggio - hanno preferito mettere nelle buche delle lettere un discreto bigliettino con cui annunciavano il loro arrivo e ci invitavano ad un breve aperitivo di benvenuto il venerdì successivo dalle 17 alle 17:45 (breve davvero a pensarci bene!). Io non riuscì ad andare a quell'aperitivo e la cosa mi mise alquanto a disagio: come avrei dovuto comportarmi a quel punto?Nella norma avrei citofonato ai miei vicini il giorno successivo o nel weekend e mi sarei presentata con un dolcetto di benvenuto invitandoli a venire da me per un caffè o una tisana quando gli fosse tornato meglio. Tuttavia, "per non disturbare", forse avrei fatto meglio a dare seguito a quella comunicazione epistolare cui loro avevano dato inizio. Decisi allora per una via di mezzo: avrei scritto anche io un bigliettino che avrei messo nella buca, preparandomi ad intercettarli lungo le scale negli orari soliti di ingresso/uscita, così da rimarcare a voce il mio augurio di benvenuto e il mio invito.
Per questa ragione,e non per qualche forma di paranoia o per qualche mania persecutoria, iniziai a "seguire", o almeno a tentare di seguire, i miei vicini.
Dalla mia postazione sottostante potevo registrare i loro spostamenti o quantomeno percepire quando qualcuno usciva o entrava.
Potevo permettermi il lusso di adattarmi e di inseguire i loro spostamenti perché io,ormai da qualche anno, mi ero affrancata dagli orari di uscita, dalle pause pranzo e dalle ferie: come traduttrice freelance avevo la (S)fortuna di poter lavorare da qualsiasi angolo di mondo dotato di una connessione wi-fi e spesso, quindi, finivo col farlo da casa, dalla mia scrivania.
Dopo due settimane di tentativi eccomi qui: orecchio teso appoggiato al mio portone e fiato silente per non coprire i rumori di fuori. Ma al momento nulla da rilevare
(continua...se vi/mi va).
giovedì 3 novembre 2016
Non conosco che te
Non conosco pensieri che, nati nelle stanze della mia mente,non vogliano correre per i tuoi corridoi Non conosco desideri che, partoriti tra i battiti gonfi del mio cuore, non vogliano riposare, cullati dal calore del tuo respiro.
Non conosco tempi che, elemosinati all'incedere fragoroso del giorno, non vogliano essere dilapidati con te.
Non conosco luoghi che, sottratti all'invadenza, custoditi nell'intimità, non vogliano essere abitati da te.
Non conosco altre mani con cui le mie vogliano disegnare orizzonti.
Non conosco altri piedi di fianco ai quali i miei vogliano solcare l'oggi.
Non conosco che te: eppure non ti sapevo nè mai davvero ti saprò del tutto.
Non conosco tempi che, elemosinati all'incedere fragoroso del giorno, non vogliano essere dilapidati con te.
Non conosco luoghi che, sottratti all'invadenza, custoditi nell'intimità, non vogliano essere abitati da te.
Non conosco altre mani con cui le mie vogliano disegnare orizzonti.
Non conosco altri piedi di fianco ai quali i miei vogliano solcare l'oggi.
Non conosco che te: eppure non ti sapevo nè mai davvero ti saprò del tutto.
sabato 8 ottobre 2016
Ti aspetto qui,nel mio tempo di mezzo.
Carissima Elda,
qui l'autunno ha iniziato a farsi strada come onda che batte sulla riva e si ritira con disinvoltura: prende spazio penetrando nell'aria, sempre più frizzante, ma poi si ritrae ancora, rispettoso del sole. Ha iniziato, come sempre, a farsi strada anche intorno a me pretendendo una rinnovata freschezza di pensieri: è tempo di abbandonare le ubriacature della calure estiva, che fa vibrare le immagini all'orizzonte; è tempo di visioni umide,come quelle che concede allo sguardo l'ombra lunga dei rami quando gli alberi iniziano a svestirsi.
Ecco che allora abbasso leggermente la palpebra. distendo l'occhio, aguzzo la vista, e per un attimo torno a vedere in modo "disteso" come chi subito prima ha puntato lo sguardo verso un oggetto eccessivamente illuminato. Le condizioni di luce sono migliori, le cose mi vengono incontro più definite ma non per questo più "comprensibili". Quello che vedo davanti a me è comunque piuttosto confuso. O io lo sono in mezzo ad esso.
E' autunno, cara Elda, ma forse mai lo è stato con così tanta forza. E' autunno nell'autunno. Lo è per le foglie, lo è per gli astri, lo è per l'atmosfera e per i tassi, ma lo è sopratutto per noi. E nel dire "noi" provo ad elaborare, a stento, un'associazione al genere umano che mai come stavolta mi risulta difficile. Perché lo puoi immaginare il mio tempo vive del ritmo di un'altra stagione, quella di mezzo, innominata, che sta in bilico tra la primavera e l'estate, tra la promessa e l'esplosione matura della vita. Quindi, ti dicevo, è autunno intorno in me ma non per me. Lo stridore rende tutto ancora più inteso, contribuisce alla lucidità della visione.
E' un autunno che non è iniziato due settimane fa, come pure il calendario potrebbe far pensare. Ha radici più profonde, più buie, che non saprei né voglio ripercorrere perché conducono all'abisso nell'animo umano.
I tratti dell'autunno li riconosci tutti anche se li leggi lì dove mai avresti pensato. Quali, tu dici? Guarda bene!
Come ogni autunno, anche quella che stiamo vivendo è una stagione del torpore: ad essersi addormentati sono anzitutto i sensi che non riconosciamo più come parte legittima di noi. Li tacitiamo, li camuffiamo, li anestetizziamo, passiamo dall'infamarli se quello che rivelano di noi ci sta scomodo, all'esaltarli fuori da ogni ragionevolezza se dobbiamo nobilitare qualche aspetto troppo "animale" del nostro essere. Ma questo non basta. Abbiamo ceduto ad un ben più comodo torpore, quello del pensiero e della coscienza. E' un torpore non dichiarato, o meglio il più pericoloso non è quello evidente di chi del letargo ha fatto il suo stile di vita, ma quello latente di chi, per pigrizia o codardia, pur di schivare le conseguenze del "ragionare", si addormenta da sé, ripetendosi a mo' di ninna nanna la sterile sequenza delle cose che non vanno rispetto alle quali neanche abbozza tentativi di cambiamento. Si ripete il mantra, con una parvenza di attivismo, che copre in realtá il sonno profondo della sua ragione.
Come ogni autunno, poi, anche questa stagione è segnata dal lento svestirsi della natura. E l'uomo, che della natura - anche se non sembra - ne è parte, partecipa a questo spettacolo di burlesque. Alcuni sono costretti a svestirsi di se stessi: del proprio nome, della propria storia, del proprio passato, dei propri desideri, dei propri affetti, lasciando che tutto cada, come foglie cullate dal vento e prive di ogni libertà che si poggiano sul mare fino ad esserne inghiottite. Altri non vi sono obbligati ma scelgono di svestirsi della loro umanità: dismettono il senso cedendo alla tentazione di una finta nudità, professata in nome di una libertà non vera, per cui si ricoprono di abiti prodotti in serie e mai della taglia giusta.
Come ogni autunno, infine, anche in questo tempo vediamo le giornate accorciarsi e la luce durare sempre meno, assorbita da una notte silente in cui i colori non hanno più consistenza, le ombre disegnano passi incerti e distorti nelle dimensioni e gli sguardi si levano assetati verso l'alto desiderosi di piccole luci.
Ecco, cara Elda, è questo un po' l'autunno che stiamo attraversando e non pensare che finirà al 21 dicembre!E' una stagione che non ha un inizio né una fine fissati, che segue cadenze diverse da quelle astrali. E' una stagione strisciante ma non eterna.
Come faccio a saperlo, ti chiedi?Me lo dice la mia stagione del cuore che mi racconta di gemme rigonfie sui rami,di mandorli rivestiti, di tramonti distesi e allungati sulla sera, di frutti sugosi.
Solo così, solo facendo esplodere come mine sparse le nostre piccole stagioni di mezzo, tra la primavera e l'estate, potremo togliere terra a quest'autunno dell'uomo
mercoledì 1 giugno 2016
Ora,qui
L'amore non sopporta interruzioni di tempo o di spazio:non puó che essere sempre,non può che essere ovunque.E se delle "interruzioni" si trova a subire inizia a fremere,a premere,come qualcosa che non puó essere contenuto, perchè l'unica dimensione che conosce é quella della libertá.Fluisce,in continuitá, come acqua;come acqua penetra nelle fessure di ogni giorno,perché nulla della vita che attraversa resti asciutto.Come acqua impregna,leviga e risana.É destinato a stare in perenne movimento:se si ferma ristagna.
Copre distanze,da nomi ai luoghi,riveste di memoria angoli di mondo.Avvolge i pensieri,da ritmo ai battiti, suggerisce i sospiri.Tanto ti astrae dalla realtá cullando i tuoi sogni,tanto ti da la forza di immergerti in essa regalandoti occhi nuovi.
Spoglia le tue paure,smaschera le tue insicurezze,riveste le tue fragilitá,presta la voce ai tuoi desideri.
Ti chiama per nome in mezzo alle folle anonime.Ascolta le tue lacrime in mezzo alla pioggia battente.Riconosce il tuo sorriso tra i raggi del sole.
C'è da prima che tu esistessi ma aspetta i tuoi giorni per prendere carne.Conosce che fine faranno i tuoi anni e per questo li illumina come fossero tutti nuovi inizi.
Eccolo in queste nuvole pesanti;eccolo nel mare che mi si apre davanti;eccolo in quelle montagne che conoscono il suo nome.Eccolo,senza tempo e senza luogo,eppure qui,eppure ora.
giovedì 14 aprile 2016
Se tu vorrai...
Se tu vorrai, amico del mio cuore, saprò farmi aria per dar voce ai tuoi pensieri.
Cercherò di farmi vento per disperdere le tue preoccupazioni.
Sarò scirocco per assorbire le tue passioni e sconvolgere i tuoi scogli.
Sarò tramontana per spazzare via i tuoi dubbi come fossero nuvole fuggiasche.
Mi farò tempo per dare spazio ai tuoi sogni.
Mi tramuterò in respiro per ascoltare i desideri al cui ritmo batte il tuo cuore.
Mi farò attesa perché tu non abbia a modificare il tuo passo.
Sarò corsa per le volte in cui vorrai essere raggiunto.
Sarò fiume lento per le volte che vorrai perderti.
Non avrò altra bussola che i nostri occhi:
mi indicheranno la direzione, mi dichiareranno il volere, lì dove sapranno farsi luce.
Non avrò altra cartina che le nostre vene:
mi mostreranno la strada segnata dal pulsare del nostro vivere.
Se tu vorrai, amico del mio cuore, sarò ventre che custodisce e gravida la tua vita.
domenica 20 marzo 2016
"Primavera non bussa lei entra sicura, come il fumo lei penetra in ogni fessura"
Non spetta a te decidere quanto profumerà il fiore una volta schiuso, quanto i rami dell’albero sapranno protrarsi per farsi illuminare dal sole, quanto la pianta saprà spingersi in alto a toccare il cielo, o quanto le sue foglie saranno vivide bagnate di rugiada al mattino.
Non potrai mai prevedere quanto il seme gettato riuscirà a sopravvivere all’alternarsi mutevole e ormai imprevedibile delle stagioni. Nessuno ti potrà mai garantire che il tempo speso a piantarlo, a curarlo, ti verrà restituito in profumi,in gemme o in frutti.
Ma allora perché faticare per qualcosa di così incontrollabile?Perché sfidare ogni giorno il rischio delle intemperie che in un attimo potrebbero portarti tutto via? Perché farlo ancora, dopo che hai conosciuto la tempesta e quanta devastazione può causare intorno a te?
Forse perché non sapresti che altro senso dare al tuo esistere se non che il perpetuarsi incessante di un gesto d’amore, come quello di un semino covato nella terra, che crea e ricrea vita anche per te, in te.
Forse perché ha più senso sperare nel crescere di quel seme e nel suo sbocciare piuttosto che capitolare davanti alla paura della disfatta. O perché un secondo di quella vita vale più di un’eternità di vuoto. O perché un secondo di quella vita ti spalanca all’eternità, succeda quel che deve succedere.
Forse perché quel seme, quel tempo di cura, quella speranza, hanno la consistenza delle cose buone: semplici, naturali, che aderiscono al cuore, che non tolgono ma aggiungono sempre qualcosa. E con quel seme senti che stai rifiorendo anche tu in modo semplice, naturale e secondo il tuo cuore.
Forse perché hai conosciuto da che pianta viene quel seme e in quella pianta hai intravisto il “di più”.
Forse perché non conosci altro modo di vivere che affidarti e quel semino ti è stato messo tra le mani, offerto dal vento, in un tempo sospeso tra il gelo dell' inverno e lo spargersi della primavera.
venerdì 19 febbraio 2016
Gustate e vedete
Nessuno gli aveva detto che si sarebbe trattato di assaporare insieme.
Lo capirono da soli, quando iniziarono a sentire quel gusto.Gli si avvicinarono a piccoli bocconi.Il primo li lasciò indifferenti,il secondo li trovó disponibili,il terzo li rapí del tutto.
Sollevarono gli occhi puntandoli l'uno sull'altro:incrocio veloce di sguardi,emozione che sale dalla pancia al volto,sorriso appena accennato,compiaciuto,complice.
Riso di chi si riconosce da lontano.
Riso di chi trova quello che da sempre ha cercato.
Riso di chi è trovato da quello che da sempre ha sospirato.
E poi il gusto:di quelli che risvegliano i sensi e addormentano i fantasmi, che riempie senza mai saziare.
Nessuno gli aveva mai detto che si sarebbe trattato di assaporare insieme la vita:di metterci e trovarci sapore,insieme.
venerdì 5 febbraio 2016
Pezzi di pensieri "migratori"...dalla "vecchia signora coi fianchi un po' larghi" (cit.)
Quando ci rivestiamo impropriamente di parole e quando le parole dicono la distanza.Perché noi parliamo, sì, ma a distanza e non solo perché siamo lontani ma perché il nostro dire ci allontana.
Migrante o nomade?Realtà diverse usate per costruire immaginari comuni, quelli di chi decide di avere uno sguardo parziale sulle cose.
Sono solo percezioni, lo dico subito. Come tali potrebbero essere sbagliate. O forse come tali non possono che essere giuste perché non conoscono argomenti contrari, almeno sullo stesso piano, quello soggettivo intendo. Sono relative. Come tutto ormai. No, non è vero: non tutto è relativo. Potete obiettarmi quello che volete, ma non tutto è relativo. Di certo non lo è il valore della tua vita e della mia, fratello. Non lo è il valore del tuo passato e del tuo futuro. Della tua gioia e del tuo dolore.
Il passato e il futuro, la storia e i desideri, la disperazione e la speranza. La prima percezione è che proprio queste siano le dimensioni che segnano la distanza tra i migranti e i nomadi, che sono categorie storiche ma anche incarnazioni di aspetti diversi del nostro animo.
I nomadi rinunciano alla propria storia o meglio acconsentono a portarsene dietro quel tanto che può entrare nelle loro valigie, nella loro lingua, nei loro usi, nei tratti del volto e nelle musiche. Non hanno bisogno di radici ma solo di conservare le tracce del loro cammino per poter, in caso di necessità, ricostruire all’indietro il percorso. Similmente i nomadi non conoscono il futuro, non pianificano niente in realtà, vivono in un eterno oggi, mobile, senza limiti temporali e, quindi, senza spazio.
I migranti, invece, si strappano dalla loro storia e questa li perseguita per tutta la vita. Non riescono a chiudere il passato in valigia, non ci sta, è ingombrante. E’ quella stessa storia a costringerli al movimento: si muovono per fuggirla. Ma essa li assorbe in modo tentacolare e anche se non vogliono esplode dai loro occhi, sfugge dalle loro labbra, si impossessa dei loro ricordi. E’ quella storia che li sottrae al presente, un presente che diventa solo tempo di passaggio, per sistemare, per “regolarizzare” quel che stato così da potersi proiettare verso quello che sarà. I migranti vivono sospesi tra due miti: quello che è stato e quello che sarà.
Speranza e disperazione convivono nei primi che consci della finitezza umana tentano continuamente di superarla. Dalla disperazione alla speranza è il cammino che compiono i secondi.
La seconda percezione riguarda il concetto di appartenenza. I nomadi possiedono ma non appartengono. Hanno un forte senso del possesso rispetto a quel pezzetto di vita che si portano dietro, come lumache che hanno costruito meticolosamente la loro casa. Il loro mondo è tutto lì e ad esso non intendono rinunciare. Allo stesso tempo però non appartengono a niente e a nessuno, se non che a se stessi. Non hanno terra né destinazione, non hanno stagione né clima, non conoscono altro panorama che il cielo, unico elemento di costanza nel loro irrefrenabile movimento. Non appartengono al luogo da cui hanno scorto la prima luce né intendono appartenere alla polvere che coprirà i loro corpi freddi. Occupano gli spazi ma non se ne preoccupano né ne sono “occupati”.
I migranti disimparano il possesso piegandosi alla necessità. Chi parte di notte, in fretta o spinto da un’ urgenza non può che cingersi i fianchi è mettersi in cammino, non ha il tempo di riempire la bisaccia. Parte così, nudo, sapendo che tanto non potrà portarsi dietro tutto ciò che possiede, che ha accumulato o costruito nel tempo. Nell’andare i migranti non rompono il legame di appartenenza con la propria terra anzi, se possibile, lo stringono ancor di più facendone un’alleanza incisa nelle viscere. Si sentono responsabili di quella terra così come vivono un debito di riconoscenza verso quella che li accoglie. Divisi, scissi, condannati a sentirsi sempre cittadini e stranieri allo stesso tempo, comunque manchevoli. Tutto può esser nuovo intorno a loro ma il loro occhio non rinuncerà mai alle diapositive dell’origine: ad essa appartengono.
Il grado di appartenenza incide ovviamente sull’identità: il nomade costruisce la sua identità in modo autoreferenziale, quasi individualista; il migrante vive del ricordo di una identità collettiva cui ha dovuto soprassedere per sopravvivere.
La terza percezione ha a che fare con la libertà.
Se l’essere nomade è una scelta libera, magari fondata anche su una predisposizione naturale, il migrante non è tale ab origine ma lo diventa, anzi è migrante proprio perché è costretto a rinunciare ad essere altro: “residente”, che sta.
Il nomade “non sta” perché non vuole stare. Il migrante perché non può
sabato 12 dicembre 2015
Lode dei gesti rubati...la moltiplicazione:-)
Per i silenzi che sanno accompagnare e custodire piú di mille parole e per le parole che nascondi nel silenzio, tanto sono preziose.
Per le lacrime da cui riparte la vita e per i sorrisi nuovi attraverso cui corre spontanea.
Per il freddo che si appoggia sulle guance e apre i polmoni, ricordandoti quanto in profonditá possa arrivare il respiro.
Per le cime appuntite che ricostruiscono il tuo desiderio di conficcarti nel cielo.
Per il sorgere lento e graduale del sole che non illumina tutto in una volta:inizia dalle cime e poi scende nella profonditá degli abissi.
Per le "panchine panoramiche" disperse lungo il cammino che ti invitano a sostare,a rallentare il passo, a trattenere la bellezza.
Per tutte le volte in cui ti inoltri fino a perderti e poi scopri che il modo di orientarsi esiste sempre: basta sapere dove tornare!
Per l'amore semplice,nudo,diretto, di chi ti vuole bene perchè vuole il tuo Bene.
Per quegli incroci di vita che mai avresti saputo immaginare e che ti parlano di una creativitá Altra.
Per la condivisione profonda che non passa dal racconto delle vite ma dall'ascolto dei battiti.
Per chi senza neanche incrociare il tuo sguardo anticipa una richiesta,precede un bisogno,ride del tuo riso e ha sogni e visioni della tua stessa pasta.
Per gli occhi che profumano di eterno.
lunedì 2 novembre 2015
Lode dei gesti rubati
Per i sorrisi scambiati,
che volano da un lato all'altro di una stanza
sulle traiettorie di sguardi cercati.
Per la mano che si poggia improvvisa sulla spalla
a dirti una presenza
e per quella che in mezzo alla folla cerca, sicura, la sua corrispondente in cui incastrarsi.
Per il tocco leggero sulla guancia di un volto stanco
che promette conforto e ristoro.
Per lo sguardo fiducioso e tremante di una madre
che a distanza segue i primi atterraggi del figlio.
Per il gesto timido e furtivo di chi,
passando davanti ad una chiesa,
avvolge il suo corpo nell'abbraccio trinitario
di un segno di croce.
Per quel fazzoletto non chiesto
che tempestivo ti arriva tra le mani
ad asciugare le lacrime.
Per quel profumo di tenerezza che sale dal bacio di un padre
mentre tra le braccia stringe una piccola vita addormentata.
Per quel filo di complicità che congiunge cuori
che condividono sogni e realtà,
pur nel silenzio delle parole.
Per quei corpi anziani che quasi incastonati l'uno nell'altra
- tanto si appartengono ormai -,
fanno ancora la strada insieme,
conoscendo l'uno il passo dell'altra,
aspettando l'uno il tempo dell'altra,
rispettando l'uno la sosta dell'altra.
Per lo stupore negli occhi del viaggiatore
che non si stanca di gustare il creato e lì,
sedutoti accanto, chiude gli occhi,
offrendo il viso al sole, e sorride.
Per il pianto nascosto e lo sguado smarrito
di una donna che non riesce a vedere il futuro.
Per il canto di lode che nella notte, con forza,
eleva la donna non più padrona del suo corpo
ma ancora libera di offrire la sua preghiera.
Per tutti questi di pezzi di vita rubata,
ascoltata con gli occhi,
custodita nel cuore,
Grazie.
che volano da un lato all'altro di una stanza
sulle traiettorie di sguardi cercati.
Per la mano che si poggia improvvisa sulla spalla
a dirti una presenza
e per quella che in mezzo alla folla cerca, sicura, la sua corrispondente in cui incastrarsi.
Per il tocco leggero sulla guancia di un volto stanco
che promette conforto e ristoro.
Per lo sguardo fiducioso e tremante di una madre
che a distanza segue i primi atterraggi del figlio.
Per il gesto timido e furtivo di chi,
passando davanti ad una chiesa,
avvolge il suo corpo nell'abbraccio trinitario
di un segno di croce.
Per quel fazzoletto non chiesto
che tempestivo ti arriva tra le mani
ad asciugare le lacrime.
Per quel profumo di tenerezza che sale dal bacio di un padre
mentre tra le braccia stringe una piccola vita addormentata.
Per quel filo di complicità che congiunge cuori
che condividono sogni e realtà,
pur nel silenzio delle parole.
Per quei corpi anziani che quasi incastonati l'uno nell'altra
- tanto si appartengono ormai -,
fanno ancora la strada insieme,
conoscendo l'uno il passo dell'altra,
aspettando l'uno il tempo dell'altra,
rispettando l'uno la sosta dell'altra.
Per lo stupore negli occhi del viaggiatore
che non si stanca di gustare il creato e lì,
sedutoti accanto, chiude gli occhi,
offrendo il viso al sole, e sorride.
Per il pianto nascosto e lo sguado smarrito
di una donna che non riesce a vedere il futuro.
Per il canto di lode che nella notte, con forza,
eleva la donna non più padrona del suo corpo
ma ancora libera di offrire la sua preghiera.
Per tutti questi di pezzi di vita rubata,
ascoltata con gli occhi,
custodita nel cuore,
Grazie.
venerdì 4 settembre 2015
La non appartenenza del dono
Il donarsi è uno spazio di "non appartenenza reciproca".
Il dono, una volta divenuto tale, non appartiene più a colui che l'ha donato, ma non appartiene mai del tutto neanche a colui che l'ha ricevuto. E' il privilegio del dono che in quanto gesto libero d'amore esige eguale libertà e rifiuta ogni proprietà.
In quel non essere di alcuno sta il suo essere per l'altro.
La fatica del dono è sempre nella sua "non appartenenza", quale che ne sia l'oggetto. Pretendiamo di avere titolo su ciò che da noi proviene: un regalo, una parola, uno spazio, un tempo.
Continuiamo a mettere la parola "mio" davanti a quello che pur vorremmo donare: manteniamo la presa, vi incidiamo le nostre iniziali. Non c'è verità in questo dono.
Se l'oggetto del dono siamo noi stessi la "non appartenenza" che esso pretende inevitabilmente lacera.
Siamo nostri e non lo siamo più. Siamo noi ma lo siamo nell'altro.
Ci diamo e per darci scompariamo.
Nell'amore lo scomparire riguarda entrambi,per non essere somma ma unità.
Non è mai rinuncia del sè ma pienezza del noi.
E' il mistero di due che si fanno uno, unica via dell'amore fatto in due.
Il dono, una volta divenuto tale, non appartiene più a colui che l'ha donato, ma non appartiene mai del tutto neanche a colui che l'ha ricevuto. E' il privilegio del dono che in quanto gesto libero d'amore esige eguale libertà e rifiuta ogni proprietà.
In quel non essere di alcuno sta il suo essere per l'altro.
La fatica del dono è sempre nella sua "non appartenenza", quale che ne sia l'oggetto. Pretendiamo di avere titolo su ciò che da noi proviene: un regalo, una parola, uno spazio, un tempo.
Continuiamo a mettere la parola "mio" davanti a quello che pur vorremmo donare: manteniamo la presa, vi incidiamo le nostre iniziali. Non c'è verità in questo dono.
Se l'oggetto del dono siamo noi stessi la "non appartenenza" che esso pretende inevitabilmente lacera.
Siamo nostri e non lo siamo più. Siamo noi ma lo siamo nell'altro.
Ci diamo e per darci scompariamo.
Nell'amore lo scomparire riguarda entrambi,per non essere somma ma unità.
Non è mai rinuncia del sè ma pienezza del noi.
E' il mistero di due che si fanno uno, unica via dell'amore fatto in due.
mercoledì 12 agosto 2015
Alla fine del giorno
Alla fine del giorno ti ripesco così.
Ti ritrovo incastrato nella rete lanciata distrattamente all'alba.
Ha le maglie larghe, ma il pensiero di te resiste serrandosi intorno al tessuto.
Alla fine del giorno ti ritrovo così, seduto alla mensa dei ricordi.
Sei rimasto in silenzio tra nuvole di cotone stese nel meriggio caldo che ti velano e svelano continuamente.
Hai la sagoma in penombra, ma il pensiero di te si impone nitido oltre le tende e le lenzuola.
Alla fine del giorno ti spalanco così.
Sei finestra su mare aperto, terrazza vista sogni.
Hai il vento dentro gli occhi e nel cuore, ma il pensiero di te ha trovato maniglie cui aggrapparsi nella bora.
Alla fine del giorno ti scavo così, dissotterrando parole divenute ormai pietre.
Sulle pietre c'è sabbia.
Ti prendo tra le mani ma già sfuggi insidiandoti in fessure remote dell'animo. E il pensiero di te, come cemento, compatta desideri e paure, alla fine del giorno.
Ti ritrovo incastrato nella rete lanciata distrattamente all'alba.
Ha le maglie larghe, ma il pensiero di te resiste serrandosi intorno al tessuto.
Alla fine del giorno ti ritrovo così, seduto alla mensa dei ricordi.
Sei rimasto in silenzio tra nuvole di cotone stese nel meriggio caldo che ti velano e svelano continuamente.
Hai la sagoma in penombra, ma il pensiero di te si impone nitido oltre le tende e le lenzuola.
Alla fine del giorno ti spalanco così.
Sei finestra su mare aperto, terrazza vista sogni.
Hai il vento dentro gli occhi e nel cuore, ma il pensiero di te ha trovato maniglie cui aggrapparsi nella bora.
Alla fine del giorno ti scavo così, dissotterrando parole divenute ormai pietre.
Sulle pietre c'è sabbia.
Ti prendo tra le mani ma già sfuggi insidiandoti in fessure remote dell'animo. E il pensiero di te, come cemento, compatta desideri e paure, alla fine del giorno.
venerdì 7 agosto 2015
Non meno di così.
Se non è luce che come calamita ti attrae verso altra luce,
se non sa darti respiro né cerca aria nel tuo,
se non è movimento costante e viaggio,
se non segue il ritmo dei desideri e il distendersi dell'orizzonte,
se non sa cercare né farsi trovare,
se non sa trovarti né induce a cercare,
se non conosce le parole della novità,
se non danza con te il ballo dei sogni,
se non lascia cadere le imbracature comode dell'immobilismo,
se non indossa gli abiti sottili della speranza,
se non parla il linguaggio dei tuoi sguardi
e lascia parlare il vociare intorno,
se non intreccia le sue mani alle tue per tessere fili di vita,
se non sa farsi trampolino né casa,
se non fa spazio né lo conquista,
se non riesce a farsi uno davanti al mondo e tutto insieme a te
allora non è.
Come quel momento in cui due vite si sovrappongono in un sorriso scambiato al cospetto del sole e sparso dal vento sul mare.
Meno di tutto questo non è.
se non sa darti respiro né cerca aria nel tuo,
se non è movimento costante e viaggio,
se non segue il ritmo dei desideri e il distendersi dell'orizzonte,
se non sa cercare né farsi trovare,
se non sa trovarti né induce a cercare,
se non conosce le parole della novità,
se non danza con te il ballo dei sogni,
se non lascia cadere le imbracature comode dell'immobilismo,
se non indossa gli abiti sottili della speranza,
se non parla il linguaggio dei tuoi sguardi
e lascia parlare il vociare intorno,
se non intreccia le sue mani alle tue per tessere fili di vita,
se non sa farsi trampolino né casa,
se non fa spazio né lo conquista,
se non riesce a farsi uno davanti al mondo e tutto insieme a te
allora non è.
Come quel momento in cui due vite si sovrappongono in un sorriso scambiato al cospetto del sole e sparso dal vento sul mare.
Meno di tutto questo non è.
martedì 14 luglio 2015
Non ho aperto quella porta (parte prima...forse)
"Quando hai chiuso la porta credevi che non avresti più dovuto riaprirla?"
"Non so se ho capito cosa intendi. Comunque non ci ho pensato".
"Non ti sei proprio posto il problema?"
"Non c'è stato neanche il tempo per farmi la domanda. Ho poggiato la mano sulla maniglia, ho fatto una leggera pressione e la porta ha iniziato a muoversi, agevolata dal vento. Il tempo di realizzare quanto sarebbe successo di lì a poco e già mi era impedito di guardare indietro. Sono rimasto immobile dietro la porta chiusa - quasi interdetto - per non più di cinque secondi...infiniti...mi sono parsi infiniti. Non potevo credere che ci volesse così poco a chiudere.Uno sta dentro le relazioni per anni, ci mette anni ad entrarci, a fidarsi, si trascina in esse per anni cercando di capire se e come gestirle, portarle avanti o chiuderle e poi in un secondo...puff... la porta è chiusa."
"C'ero anche io comunque".
"Dove?"
"Dietro quella porta, in quei cinque secondi, c'ero anche io. Sapevo che eri lì. Potevo sentire il tuo respiro. Intuivo la tua espressione. Avrei potuto aprire anche io in fondo. Ci avrei messo lo stesso tempo che tu ci hai messo a chiudere, ma non ho avuto la stessa incoscienza...credo. Per me il pensiero ha preceduto il gesto e in quel pensiero c'era tutta la pesantezza della ricerca della sicurezza, della certezza ad ogni costo. Se apri- mi sono detta -devi essere disposta ad andare fino in fondo. Ma fino in fondo dove?"
"Non pensare che fossimo così lontani: è più o meno la stessa cosa che ho pensato io: se busso devo essere sicuro di volere che mi riapra"
"A pensarci siamo cascati in un tranello, non trovi?"
"Quale sarebbe?"
"Questa storia dell'essere sicuri al 100%, fino in fondo. E' praticamente impossibile. Come puoi essere sicuro di qualcosa che non conosci, che non vedi, che non puoi neanche immaginare tante sono le variabili che possono incidervi, Non puoi essere sicuro e garantire fino alla fine, se non sai quando sarà e che forma avrà la fine".
"Si,può essere. Ma siamo programmati a ragionare così: difficile cambiare impostazione. Pensaci: ogni volta che ti si pone innanzi una novità, una situazione che richiede una decisione, una scelta, cos'è che cerchi di capire per decidere?Dove quella cosa, quella scelta, quella situazione ti porterà!E in genere non ti accontenti di sapere quali saranno le conseguenze immediate, ma cerchi di prevedere il futuro, di anticipare le conseguenze più lontane. Ed è lì che spesso scatta la paralisi o la rinuncia, due vie per l'infelicità. Non potendo prevedere, non potendo avere la certezza che le cose andranno bene o ti immobilizzi nella speranza di ricevere una qualche illuminazione dall'alto o lasci proprio stare non pensandoci più. A meno che, certo, non appartieni al ristretto gruppo di quelli che fanno, punto e basta. Agiscono, scelgono senza fasi troppe domande, senza andare alla ricerca di troppo risposte. Sono ottimisti o più semplicemente incoscienti".
"O forse, ancor più semplicemente, persone che mentre si fanno le domande continuano a vivere. Che la vita più che pensarla la vivono, senza cercare di ripulirla dalle sbavature, accettandone le sfumature, anche se queste la rendono sfuggevole, impossibile da controllare, da prevedere appunto".
"Che intendi dire che io o meglio che noi non viviamo?"
"No, certo che viviamo, ma a rallentatore, imponendoci col pensiero dei blocchi innaturali rispetto al fluire della vita".
"Cioè secondo te dovremmo agire sempre e solo di impulso?"
"Dovremmo sempre e solo vivere nell'unico tempo che ci appartiene, l'oggi, e non pretendere dall'oggi quello che non può darci"
"Oh come fai l'enigmatica!Cosa non può darci l'oggi?"
"Il domani, o meglio la certezza del domani"
"Cerchi di essere più precisa signorina"
"Davanti a quella porta che mi hai chiuso in faccia cosa mi diceva l'oggi attraverso la mia vita, il mio corpo, il mio sentire, la mia mente, i miei ricordi, la mi volontà?Mi diceva che io volevo ancora che tu ci fossi per me e che io volevo ancora esserci per te. E che,se anche quella fosse stata la tua scelta definitiva, io un tentativo dovevo ancora farlo, avevo un margine di azione prima di accettare passivamente la tua volontà. Il resto si sarebbe definito da sé, il futuro lo avrebbero scritto gli eventi così come l'incrocio delle nostre volontà. La porta avrebbe potuto non aprirsi, rimanere bloccata; tu avresti potuto non esserci più o esserci ma non voler ascoltarmi, o avresti potuto andartene dopo avermi ascoltato. Io non lo sapevo e non potevo saperlo, ma questo non avrebbe dovuto bloccarmi. Non potevo saperlo perchè non dovevo saperlo: non è nel mio, nè nel tuo potere saperlo...e meno male!Ora, per questo, ti chiedo di nuovo: quando hai chiuso quella porta cosa hai pensato?Cosa volevi davvero - tolte le paure per il domani, per l'incerto, etc. - ?
"Difficile dirlo, chi si ricorda, è passato quasi un anno"
"Non posso penare che non te lo ricordi. Si tratta di ricordi che passano dal cuore, dalle emozioni: in genere non vanno via così facilmente. Rimangono in forma meno cosciente, meno razionale, forse diventano sensazioni, ma rimangono"
"Ti odio quando inizi a fare la finta psicologa"
"Dai!!!Allora?"
"Aspetta: mi concentro, chiudo gli occhi, massaggio le tempie e..ecco..ecco...mi sembra di vedere qualcosa...o qualcuno...si ecco...ricordo!"
"Hai finito di fare lo scemo?"
"Si per ora direi di si. La verità è che non so bene quale sia la risposta" [silenzio] "No è che mi da fastidio ammettere di avercela una risposta perchè credo di averla ignorata finora"
"Ah ahhh...scoperto!"
"Cosa ah ahhh?"
"Quindi quindi?"
"Presciarola"
"Sorry, I can't understand"
"Si come no: va curcati! Chiusa la porta non ho pensato, non ho ragionato - te l'ho detto -. E' stato come esser travolto da un'ondata di ricordi. Sai la famosa pellicola che ti scorre davanti poco prima di morire?Ecco tipo...in fondo qualcosa stava morendo in quel momento: noi. Mi sono rivisto accanto a te a dormire in spiaggia in quella notte di note, stelle e vino, o ancora insieme a ballare in piazza al suono dei tamburelli, a guardare il tramonto della luna avvolti in una coperta distesi sull'erba, immersi in quel silenzio che sapeva di tutto"
....[Continua...forse]
"Non so se ho capito cosa intendi. Comunque non ci ho pensato".
"Non ti sei proprio posto il problema?"
"Non c'è stato neanche il tempo per farmi la domanda. Ho poggiato la mano sulla maniglia, ho fatto una leggera pressione e la porta ha iniziato a muoversi, agevolata dal vento. Il tempo di realizzare quanto sarebbe successo di lì a poco e già mi era impedito di guardare indietro. Sono rimasto immobile dietro la porta chiusa - quasi interdetto - per non più di cinque secondi...infiniti...mi sono parsi infiniti. Non potevo credere che ci volesse così poco a chiudere.Uno sta dentro le relazioni per anni, ci mette anni ad entrarci, a fidarsi, si trascina in esse per anni cercando di capire se e come gestirle, portarle avanti o chiuderle e poi in un secondo...puff... la porta è chiusa."
"C'ero anche io comunque".
"Dove?"
"Dietro quella porta, in quei cinque secondi, c'ero anche io. Sapevo che eri lì. Potevo sentire il tuo respiro. Intuivo la tua espressione. Avrei potuto aprire anche io in fondo. Ci avrei messo lo stesso tempo che tu ci hai messo a chiudere, ma non ho avuto la stessa incoscienza...credo. Per me il pensiero ha preceduto il gesto e in quel pensiero c'era tutta la pesantezza della ricerca della sicurezza, della certezza ad ogni costo. Se apri- mi sono detta -devi essere disposta ad andare fino in fondo. Ma fino in fondo dove?"
"Non pensare che fossimo così lontani: è più o meno la stessa cosa che ho pensato io: se busso devo essere sicuro di volere che mi riapra"
"A pensarci siamo cascati in un tranello, non trovi?"
"Quale sarebbe?"
"Questa storia dell'essere sicuri al 100%, fino in fondo. E' praticamente impossibile. Come puoi essere sicuro di qualcosa che non conosci, che non vedi, che non puoi neanche immaginare tante sono le variabili che possono incidervi, Non puoi essere sicuro e garantire fino alla fine, se non sai quando sarà e che forma avrà la fine".
"Si,può essere. Ma siamo programmati a ragionare così: difficile cambiare impostazione. Pensaci: ogni volta che ti si pone innanzi una novità, una situazione che richiede una decisione, una scelta, cos'è che cerchi di capire per decidere?Dove quella cosa, quella scelta, quella situazione ti porterà!E in genere non ti accontenti di sapere quali saranno le conseguenze immediate, ma cerchi di prevedere il futuro, di anticipare le conseguenze più lontane. Ed è lì che spesso scatta la paralisi o la rinuncia, due vie per l'infelicità. Non potendo prevedere, non potendo avere la certezza che le cose andranno bene o ti immobilizzi nella speranza di ricevere una qualche illuminazione dall'alto o lasci proprio stare non pensandoci più. A meno che, certo, non appartieni al ristretto gruppo di quelli che fanno, punto e basta. Agiscono, scelgono senza fasi troppe domande, senza andare alla ricerca di troppo risposte. Sono ottimisti o più semplicemente incoscienti".
"O forse, ancor più semplicemente, persone che mentre si fanno le domande continuano a vivere. Che la vita più che pensarla la vivono, senza cercare di ripulirla dalle sbavature, accettandone le sfumature, anche se queste la rendono sfuggevole, impossibile da controllare, da prevedere appunto".
"Che intendi dire che io o meglio che noi non viviamo?"
"No, certo che viviamo, ma a rallentatore, imponendoci col pensiero dei blocchi innaturali rispetto al fluire della vita".
"Cioè secondo te dovremmo agire sempre e solo di impulso?"
"Dovremmo sempre e solo vivere nell'unico tempo che ci appartiene, l'oggi, e non pretendere dall'oggi quello che non può darci"
"Oh come fai l'enigmatica!Cosa non può darci l'oggi?"
"Il domani, o meglio la certezza del domani"
"Cerchi di essere più precisa signorina"
"Davanti a quella porta che mi hai chiuso in faccia cosa mi diceva l'oggi attraverso la mia vita, il mio corpo, il mio sentire, la mia mente, i miei ricordi, la mi volontà?Mi diceva che io volevo ancora che tu ci fossi per me e che io volevo ancora esserci per te. E che,se anche quella fosse stata la tua scelta definitiva, io un tentativo dovevo ancora farlo, avevo un margine di azione prima di accettare passivamente la tua volontà. Il resto si sarebbe definito da sé, il futuro lo avrebbero scritto gli eventi così come l'incrocio delle nostre volontà. La porta avrebbe potuto non aprirsi, rimanere bloccata; tu avresti potuto non esserci più o esserci ma non voler ascoltarmi, o avresti potuto andartene dopo avermi ascoltato. Io non lo sapevo e non potevo saperlo, ma questo non avrebbe dovuto bloccarmi. Non potevo saperlo perchè non dovevo saperlo: non è nel mio, nè nel tuo potere saperlo...e meno male!Ora, per questo, ti chiedo di nuovo: quando hai chiuso quella porta cosa hai pensato?Cosa volevi davvero - tolte le paure per il domani, per l'incerto, etc. - ?
"Difficile dirlo, chi si ricorda, è passato quasi un anno"
"Non posso penare che non te lo ricordi. Si tratta di ricordi che passano dal cuore, dalle emozioni: in genere non vanno via così facilmente. Rimangono in forma meno cosciente, meno razionale, forse diventano sensazioni, ma rimangono"
"Ti odio quando inizi a fare la finta psicologa"
"Dai!!!Allora?"
"Aspetta: mi concentro, chiudo gli occhi, massaggio le tempie e..ecco..ecco...mi sembra di vedere qualcosa...o qualcuno...si ecco...ricordo!"
"Hai finito di fare lo scemo?"
"Si per ora direi di si. La verità è che non so bene quale sia la risposta" [silenzio] "No è che mi da fastidio ammettere di avercela una risposta perchè credo di averla ignorata finora"
"Ah ahhh...scoperto!"
"Cosa ah ahhh?"
"Quindi quindi?"
"Presciarola"
"Sorry, I can't understand"
"Si come no: va curcati! Chiusa la porta non ho pensato, non ho ragionato - te l'ho detto -. E' stato come esser travolto da un'ondata di ricordi. Sai la famosa pellicola che ti scorre davanti poco prima di morire?Ecco tipo...in fondo qualcosa stava morendo in quel momento: noi. Mi sono rivisto accanto a te a dormire in spiaggia in quella notte di note, stelle e vino, o ancora insieme a ballare in piazza al suono dei tamburelli, a guardare il tramonto della luna avvolti in una coperta distesi sull'erba, immersi in quel silenzio che sapeva di tutto"
....[Continua...forse]
lunedì 15 giugno 2015
Mille sfumature di vita
Se c'è una cosa di cui non finirò mai di stupirmi sono le mille sfumature che la vita è in grado di assumere nel tempo e nello spazio. Non ci sono colori per descriverle tutte, non ci sono nomi che le possano contenere tanto sono...sfumate.
Passiamo una vita intera cercando di identificarci con un colore che dica chi siamo, cosa vogliamo, cosa desideriamo, cosa amiamo, cosa odiamo, come ameremo, come studieremo, lavoreremo, come moriremo.
Una vita nel tentativo di incasellarci prima che siano gli altri a farlo: siamo nati tra i grigi ma noi vogliamo essere rossi; ci hanno affibbiato la maglia bianca ma noi ci ribelliamo colorandoci qua e là di viola.
E quasi per una tacita vendetta, per il gusto subdolo che si prova nel poter dire " se è toccato a me, allora anche a te", finiamo col fare lo stesso con gli altri. Alle volte basta una loro parola, un espressione del viso, se non addirittura il loro modo di mangiare, di camminare, di sorridere, di vestirsi: un micro-elemento, forse episodico, magari anche casuale, ci basta per stabilire di che colore è la loro vita,e non solo quella presente ma spingiamo la presunzione fino al punto di poter profetare sulla continuità inarrestabile della loro esistenza.
Se sai di che colore sei e di che coloro sono gli altri allora tutto è più semplice: non azzardi abbinamenti sbagliati, non ti mischi con colori che possono alterare la tua luminosità fino a farti diventare nero. Ma se non riesci ad identificare il colore degli altri (e il tuo) allora tutto è più complicato, sfuggente.
I cangianti spaventano: sono diversi a seconda del punto di vista da cui li guardi o, forse meglio, del punto da cui si fanno colpire dalla luce. Un attimo prima sono rossi, un attimo dopo sfumano verso il marrone. Lo stesso vale per gli striati e in generale per tutti i policromatici: perché sì, esistono anche loro. Li stigmatizziamo quasi sempre come insensati, illogici, inconcludenti, imprevedibili se non addirittura pazzi. In realtà hanno un colore prevalente ma non lasciano che questo copra gli altri, che li condizioni in assoluto impedendogli di venire fuori nelle altre sfumature.Sono persone che hanno rinunciato alla compattezza del colore unico, hanno affondato le mani nella vernice della loro storia e hanno visto che sotto ogni strato di colore ce ne stava un altro, più vivido, più forte ed ugualmente vero. Alle volte hanno deciso di vivere a fasi questi colori (il periodo blu, quello fucsia, quello indaco) senza scandalizzarsi nel passaggio da una fase all'altra; altre volte, invece, per poter godere di questo arcobaleno che la vita gli poneva tra le mani hanno deciso di mescolare quei colori. Dal mix è nato un coloro nuovo, unico, vivace, mai uguale a se stesso, capace di diluirsi o di addensarsi a seconda delle situazioni. Accettare quel colore è abbracciare le contraddizioni che ci abitano e sapere che con quelle si colora l'arcobaleno della nostra esistenza.
Siamo buoni ma conosciamo il gusto acido della cattiveria gratuita. Siamo ineccepibili ma facciamo delle scivolate incredibili. Siamo puntuali ma alle volte lasciamo che il tempo si impossessi di noi e smettiamo di controllarlo (o almeno vorremmo farlo!). Siamo sinceri ma taciamo le verità più assordanti. Siamo innamorati ma alle volte i nostri occhi lanciano sguardi tormentati al nuovo. Rispettiamo le regole ma all'occorrenza sappiamo tradirle o desideriamo farlo.Siamo estroversi ma non possiamo fare a meno di scappare nell'interiorità lontani da tutti. Siamo capaci di grandi gesti di altruismo ma tocchiamo anche l'abisso dell'indifferenza. Pronunciamo parole che non sempre hanno consistenza reale nel nostro cuore. Costruiamo castelli che non avevamo neanche intenzione di progettare. Conosciamo il dovere ma -fortunatamente- non possiamo fare a meno di sorridere all'umano. Nascondiamo desideri di libertà che nel segreto continuiamo a coltivare. Copriamo sotto il velo rassicurante dell'abitudine fragilità che forse lasciate sotto il sole saprebbero farsi semi di vita nuova.
Ad ogni forma possibile di noi un colore, ad ogni sfumatura un sentire. E allora sprigioniamo le infinite sfumature di vita che ci è dato di sperimentare!
Passiamo una vita intera cercando di identificarci con un colore che dica chi siamo, cosa vogliamo, cosa desideriamo, cosa amiamo, cosa odiamo, come ameremo, come studieremo, lavoreremo, come moriremo.
Una vita nel tentativo di incasellarci prima che siano gli altri a farlo: siamo nati tra i grigi ma noi vogliamo essere rossi; ci hanno affibbiato la maglia bianca ma noi ci ribelliamo colorandoci qua e là di viola.
E quasi per una tacita vendetta, per il gusto subdolo che si prova nel poter dire " se è toccato a me, allora anche a te", finiamo col fare lo stesso con gli altri. Alle volte basta una loro parola, un espressione del viso, se non addirittura il loro modo di mangiare, di camminare, di sorridere, di vestirsi: un micro-elemento, forse episodico, magari anche casuale, ci basta per stabilire di che colore è la loro vita,e non solo quella presente ma spingiamo la presunzione fino al punto di poter profetare sulla continuità inarrestabile della loro esistenza.
Se sai di che colore sei e di che coloro sono gli altri allora tutto è più semplice: non azzardi abbinamenti sbagliati, non ti mischi con colori che possono alterare la tua luminosità fino a farti diventare nero. Ma se non riesci ad identificare il colore degli altri (e il tuo) allora tutto è più complicato, sfuggente.
I cangianti spaventano: sono diversi a seconda del punto di vista da cui li guardi o, forse meglio, del punto da cui si fanno colpire dalla luce. Un attimo prima sono rossi, un attimo dopo sfumano verso il marrone. Lo stesso vale per gli striati e in generale per tutti i policromatici: perché sì, esistono anche loro. Li stigmatizziamo quasi sempre come insensati, illogici, inconcludenti, imprevedibili se non addirittura pazzi. In realtà hanno un colore prevalente ma non lasciano che questo copra gli altri, che li condizioni in assoluto impedendogli di venire fuori nelle altre sfumature.Sono persone che hanno rinunciato alla compattezza del colore unico, hanno affondato le mani nella vernice della loro storia e hanno visto che sotto ogni strato di colore ce ne stava un altro, più vivido, più forte ed ugualmente vero. Alle volte hanno deciso di vivere a fasi questi colori (il periodo blu, quello fucsia, quello indaco) senza scandalizzarsi nel passaggio da una fase all'altra; altre volte, invece, per poter godere di questo arcobaleno che la vita gli poneva tra le mani hanno deciso di mescolare quei colori. Dal mix è nato un coloro nuovo, unico, vivace, mai uguale a se stesso, capace di diluirsi o di addensarsi a seconda delle situazioni. Accettare quel colore è abbracciare le contraddizioni che ci abitano e sapere che con quelle si colora l'arcobaleno della nostra esistenza.
Siamo buoni ma conosciamo il gusto acido della cattiveria gratuita. Siamo ineccepibili ma facciamo delle scivolate incredibili. Siamo puntuali ma alle volte lasciamo che il tempo si impossessi di noi e smettiamo di controllarlo (o almeno vorremmo farlo!). Siamo sinceri ma taciamo le verità più assordanti. Siamo innamorati ma alle volte i nostri occhi lanciano sguardi tormentati al nuovo. Rispettiamo le regole ma all'occorrenza sappiamo tradirle o desideriamo farlo.Siamo estroversi ma non possiamo fare a meno di scappare nell'interiorità lontani da tutti. Siamo capaci di grandi gesti di altruismo ma tocchiamo anche l'abisso dell'indifferenza. Pronunciamo parole che non sempre hanno consistenza reale nel nostro cuore. Costruiamo castelli che non avevamo neanche intenzione di progettare. Conosciamo il dovere ma -fortunatamente- non possiamo fare a meno di sorridere all'umano. Nascondiamo desideri di libertà che nel segreto continuiamo a coltivare. Copriamo sotto il velo rassicurante dell'abitudine fragilità che forse lasciate sotto il sole saprebbero farsi semi di vita nuova.
Ad ogni forma possibile di noi un colore, ad ogni sfumatura un sentire. E allora sprigioniamo le infinite sfumature di vita che ci è dato di sperimentare!
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