Se c'è una cosa di cui non finirò mai di stupirmi sono le mille sfumature che la vita è in grado di assumere nel tempo e nello spazio. Non ci sono colori per descriverle tutte, non ci sono nomi che le possano contenere tanto sono...sfumate.
Passiamo una vita intera cercando di identificarci con un colore che dica chi siamo, cosa vogliamo, cosa desideriamo, cosa amiamo, cosa odiamo, come ameremo, come studieremo, lavoreremo, come moriremo.
Una vita nel tentativo di incasellarci prima che siano gli altri a farlo: siamo nati tra i grigi ma noi vogliamo essere rossi; ci hanno affibbiato la maglia bianca ma noi ci ribelliamo colorandoci qua e là di viola.
E quasi per una tacita vendetta, per il gusto subdolo che si prova nel poter dire " se è toccato a me, allora anche a te", finiamo col fare lo stesso con gli altri. Alle volte basta una loro parola, un espressione del viso, se non addirittura il loro modo di mangiare, di camminare, di sorridere, di vestirsi: un micro-elemento, forse episodico, magari anche casuale, ci basta per stabilire di che colore è la loro vita,e non solo quella presente ma spingiamo la presunzione fino al punto di poter profetare sulla continuità inarrestabile della loro esistenza.
Se sai di che colore sei e di che coloro sono gli altri allora tutto è più semplice: non azzardi abbinamenti sbagliati, non ti mischi con colori che possono alterare la tua luminosità fino a farti diventare nero. Ma se non riesci ad identificare il colore degli altri (e il tuo) allora tutto è più complicato, sfuggente.
I cangianti spaventano: sono diversi a seconda del punto di vista da cui li guardi o, forse meglio, del punto da cui si fanno colpire dalla luce. Un attimo prima sono rossi, un attimo dopo sfumano verso il marrone. Lo stesso vale per gli striati e in generale per tutti i policromatici: perché sì, esistono anche loro. Li stigmatizziamo quasi sempre come insensati, illogici, inconcludenti, imprevedibili se non addirittura pazzi. In realtà hanno un colore prevalente ma non lasciano che questo copra gli altri, che li condizioni in assoluto impedendogli di venire fuori nelle altre sfumature.Sono persone che hanno rinunciato alla compattezza del colore unico, hanno affondato le mani nella vernice della loro storia e hanno visto che sotto ogni strato di colore ce ne stava un altro, più vivido, più forte ed ugualmente vero. Alle volte hanno deciso di vivere a fasi questi colori (il periodo blu, quello fucsia, quello indaco) senza scandalizzarsi nel passaggio da una fase all'altra; altre volte, invece, per poter godere di questo arcobaleno che la vita gli poneva tra le mani hanno deciso di mescolare quei colori. Dal mix è nato un coloro nuovo, unico, vivace, mai uguale a se stesso, capace di diluirsi o di addensarsi a seconda delle situazioni. Accettare quel colore è abbracciare le contraddizioni che ci abitano e sapere che con quelle si colora l'arcobaleno della nostra esistenza.
Siamo buoni ma conosciamo il gusto acido della cattiveria gratuita. Siamo ineccepibili ma facciamo delle scivolate incredibili. Siamo puntuali ma alle volte lasciamo che il tempo si impossessi di noi e smettiamo di controllarlo (o almeno vorremmo farlo!). Siamo sinceri ma taciamo le verità più assordanti. Siamo innamorati ma alle volte i nostri occhi lanciano sguardi tormentati al nuovo. Rispettiamo le regole ma all'occorrenza sappiamo tradirle o desideriamo farlo.Siamo estroversi ma non possiamo fare a meno di scappare nell'interiorità lontani da tutti. Siamo capaci di grandi gesti di altruismo ma tocchiamo anche l'abisso dell'indifferenza. Pronunciamo parole che non sempre hanno consistenza reale nel nostro cuore. Costruiamo castelli che non avevamo neanche intenzione di progettare. Conosciamo il dovere ma -fortunatamente- non possiamo fare a meno di sorridere all'umano. Nascondiamo desideri di libertà che nel segreto continuiamo a coltivare. Copriamo sotto il velo rassicurante dell'abitudine fragilità che forse lasciate sotto il sole saprebbero farsi semi di vita nuova.
Ad ogni forma possibile di noi un colore, ad ogni sfumatura un sentire. E allora sprigioniamo le infinite sfumature di vita che ci è dato di sperimentare!
lunedì 15 giugno 2015
giovedì 7 maggio 2015
Preghiera ignorante
Vorrei pregarti ma oggi come non so.
Oggi non riconosco la consistenza del sentire che come onda si apre e si ritira continuamente nel "durante"
di queste giornate.
Oggi non so interpretare i pensieri che come girandole fiorite assecondano il vento senza potergli opporre resistenza.
Oggi non so controllare le lacrime mute - dicessero qualcosa! - che dalla punta del mento fanno tuffi a colpire sezioni di un corpo altrettanto muto.
Oggi non so scolpire il blocco di marmo, compatto - irritante nel suo esserlo - che mi è posto davanti con un grosso cartello in cima: "dammi forma...trova forma"
Oggi non so come si ascoltino le voci di dentro quando fuori è tutto frastuono.
Oggi non so come si possano tacitare le voci di fuori quando dentro è silenzio arrogante.
Oggi non conosco il sapore dei desideri veri, che resistono, e non trovo parole per interrogarli.
Oggi non conosco la pazienza del piantare senza vedere crescere.
Oggi non ho l'intelligenza del cuore che discerne i voleri, filtra le attese, soppesa i pensieri.
Oggi non conosco l'arte della memoria grata.
Solo una cosa oggi riconosco: la mia ignoranza e la Tua sapienza, la contingenza della prima e l'eternità della seconda.
Solo questo oggi riesco a chiederti: di rendere sapido ciò di cui oggi ignoro il sapore ma che da sempre in Te è sapore.
Oggi non riconosco la consistenza del sentire che come onda si apre e si ritira continuamente nel "durante"
di queste giornate.
Oggi non so interpretare i pensieri che come girandole fiorite assecondano il vento senza potergli opporre resistenza.
Oggi non so controllare le lacrime mute - dicessero qualcosa! - che dalla punta del mento fanno tuffi a colpire sezioni di un corpo altrettanto muto.
Oggi non so scolpire il blocco di marmo, compatto - irritante nel suo esserlo - che mi è posto davanti con un grosso cartello in cima: "dammi forma...trova forma"
Oggi non so come si ascoltino le voci di dentro quando fuori è tutto frastuono.
Oggi non so come si possano tacitare le voci di fuori quando dentro è silenzio arrogante.
Oggi non conosco il sapore dei desideri veri, che resistono, e non trovo parole per interrogarli.
Oggi non conosco la pazienza del piantare senza vedere crescere.
Oggi non ho l'intelligenza del cuore che discerne i voleri, filtra le attese, soppesa i pensieri.
Oggi non conosco l'arte della memoria grata.
Solo una cosa oggi riconosco: la mia ignoranza e la Tua sapienza, la contingenza della prima e l'eternità della seconda.
Solo questo oggi riesco a chiederti: di rendere sapido ciò di cui oggi ignoro il sapore ma che da sempre in Te è sapore.
giovedì 12 febbraio 2015
In quel giorno che non avrà mai fine
Carissima Elda,
scusa
se mi sono fatta attendere così tanto, ma come sai vivo in una situazione in cui
le comunicazioni non sono tanto facili. Questo forse serve ad apprezzarle
ancora di più!Ho aspettato, desiderato, pregustato il momento in cui avrei
potuto riprendere la penna in mano per tornare a scriverti. Ho appuntato i
pensieri per te lì dove mi capitava:negli angoli degli scontrini, dietro il
biglietto del treno, in pezzi di carta rubati qua e là. Quanto è bello avere un
“tu” a cui rivolgere i propri pensieri anche senza goderne la presenza fisica, potendovi
istaurare un dialogo continuo, che non subisce le interruzioni del tempo o
della distanza.
Qui
la natura continua a parlare di impossibile divenuto possibile nelle mani di
Dio. Dalla mia costa di frontiera voltandomi appena un po’verso le colline vedo
la neve, e la sento – accipicchia! – sul viso al mattino e sul naso alla sera
quando fatico a riscaldarmi sotto le coperte. La neve quest’anno è stata per me
il simbolo del Suo modo di intervenire nella mia vita: imprevisto, abbondante,
luminoso.
A
proposito di luce, è da un paio di giorni che mi sono incastrata in un pensiero
ricorrente. Nel piccolo tragitto che ogni mattina percorro per andare da casa
mia al lavoro mi è capitato in quest’ultima settimana di inciampare in un
mandorlo fiorito. Non so se era già così al mio arrivo, un mese fa, o se
effettivamente è fiorito in quest’ultima settimana. Quel che è certo è che io
mi sono accorta della sua presenza in una giornata di sole. Quel legno scuro
con i petali rosati a contrasto mi ha sempre trasmesso un’idea di forza e
delicatezza insieme, come a dire che il possesso dell’una non esclude il
praticare l’altra. Ma questa è una divagazione scusa!Dicevo: mi sono accorta
del mandorlo ormai in fiore in una splendida giornata di sole, anzi proprio
perché era immerso nella luce del sole. Allora mi sono fermata un attimo e mi
sono guardata intorno: l’aria era immobile come solo qui riesce ad essere, le
nuvole appena accennate con la punta del pennello e subito sotto, lì dove il
cielo si stacca dalle punte delle colline, una distesa di colori, non troppo
vari – è pur sempre inverno – ma intensi. Solo la luce può fare tanto:
restituire ai colori la loro pienezza, alle cose la loro immagine più vera.
Così
non ho potuto fare a meno, cara Elda, di pensare a cosa vuol dire per noi
essere figli della Luce. Che chiamata che ci è stata consegnata!Ma ci
pensi?Siamo destinati a vivere come se fosse sempre giorno, come se intorno a
noi risplendesse la luce di un sole eterno. Chi è che in una bella giornata di
sole, anche se le cose gli sono andate storte, non si ferma almeno un attimo a
distendere gli occhi verso l’orizzonte e a farsi riscaldare dai raggi
confortanti?Forse chi non è capace di vedere il Sole, ma gli altri, tutti
conosciamo bene il potere rassicurante della luce. La luce mette allegria, da
gioia, nella luce tutto sembra possibile, ci sentiamo ricaricati, riconquistiamo
forze che pensavamo di non avere, ci viene naturale sognare, sperare,
immaginare. Nella luce vediamo (anche i mandorli in fiore un po’ fuori stagione!),
riusciamo a mettere a fuoco e notare quelle che nel buio sono solo sagome
indistinte.
A
questo siamo chiamati e così io voglio vivere, amica mia: in un giorno che non
avrà mai fine. Pensa che carezza per il cuore: nel dolore, nella malattia, nell’angoscia,
nella paura, nella disperazione, nella fame, nella povertà, in tutte quelle
situazioni soggettive o oggettive che ci spingono a ripiegarci su noi stessi,
poter avere la certezza di essere non nelle tenebre ma al massimo solo all’ombra
del Sole!Riuscire a mettere la nostra vita davanti a quel Sole è l’unico modo
per continuare ad attraversarla nella speranza.
Come
in una catena, a questi pensieri si è unito un ricordo. Quando andavo alle elementari
la maestra d’arte ci insegnò una tecnica di colorazione particolare da
realizzare coi colori a cera. La usavamo soprattutto per riprodurre i cieli
stellati. Bisognava fare un primo strato di colore col giallo e poi sopra
passarci, con sicurezza, un secondo e compatto strato di blu. La prima volta
che ce lo disse lo feci con un po’ di resistenza. Mi dava fastidio quel blu
passato a ricoprire il giallo, mi sembrava una bruttura: che senso aveva?Era un
inutile ammasso di colori. Poi, però, ci spiego come procedere e con la punta
del tappo di una penna Bic ci disse di incidere il blu, dando all’ ìincisione
la forma di una stella stilizzata: ecco allora apparire tante stelline gialle a
riempire quel blu notte altrimenti così buio.
Il
mio ricordo in questi ultimi giorni si è caricato di un significato nuovo. Noi
siamo, per nostra natura e perché a Sua immagine, come quel foglio colorato di
giallo: luminosi, abbaglianti!La vita però spesso cala su di noi un velo blu,
profondo come la notte. Allora ci convinciamo di dover vivere così, con addosso
questo colore spento, buio. Ecco, io penso che se solo riuscissimo a ricordarci
di quel giallo che ci portiamo dentro, e che continua ad esserci sotto il blu, potremmo
accendere tante nuove stelle, tanti piccoli soli nei nostri giorni.
Ti
auguro, dunque, nuove giornate di sole e di poter accendere tante piccole
stelle pur nel blu che colora a volte la nostra vita!
martedì 6 gennaio 2015
Pezzi di lettere: il canto della melagrana
Carissima Elda,
Ti ho già manifestato la mia gioia per questo nuovo amore venuto a scompigliarti i capelli e a riempirti gli occhi, ma sento il bisogno di dirtela ancora.
Considerami vicina a te in queste giornate così dense e cariche di emozioni. Ti siedo accanto nelle notti abitate dalla paura e dalla speranza, che convivono nel cuore di chi custodisce sogni grandi. Rido al ritmo del tuo sorriso vivace, quando le gote si fanno più rosse per l'imbarazzo di un amore ormai noto al mondo e impossibile da nascondere. Piango delle tue stesse lacrime di commozione quando la gioia e la tenerezza si fanno fiume in piena, impossibile da contenere.
E' l'amore che esplode e tu assaporalo Elda, perché anche se durerà in eterno questo gusto non lo avrà più: è una fortuna che l'amore si evolva, cambiando sapore a seconda delle stagioni perché la nostra bocca non ne faccia mai l'abitudine.
Pensandoti, occhi negli occhi, con questo volto in cui ormai riconosci il tuo, ti ho immaginata a cantare l'amore così:
Se vuoi sapere quale amore potrò darti
come melagrana dovrai immaginarmi.
Così ti verrò incontro e lascerò che tu mi scopra.
Non dovrai fermarti al "primo essere" che inganna
anche se in quello già troverai tracce di me.
Alle volte sarò di un rosso definito, altre striato di oro.
Mi mostrerò compatta, salda, forse anche impenetrabile
come se in me fossi compiuta;
ma se avrai il desiderio di guardare dentro
conoscerai l'insufficienza dello sguardo.
In me trovano spazio profondi incavi
disposti ad accogliere pezzi del mio e del tuo infinito.
Incavi del cuore e del ventre, disposti a farsi casa,
incavi nel pensiero e nelle parole che sempre vogliono afferrare l'oltre.
Non sono vuoti, cercano pienezza.
Non sono sterili, custodiscono l'origine.
Vi abitano tanti arilli, quante sono le vite che mi porto dentro.
Sono semi e acqua, vita nella vita.
Attaccati tra loro, ma ognuno distinto,
sono la complessità dei moventi del cuore
la polifonia delle voci dell'anima,
promessa di fecondità.
Fanno il corpo, reggono l'apparenza della buccia
nella loro delicata inconsistenza.
Se vuoi sapere quale amore potrò darti
prendi tra le mani i miei arilli,
portali alla bocca ma senza avidità, custodendo l'unicità di ognuno.
Assapora il succo, non buttar via il seme, è vita nella vita.
Dissetati, ma un chicco alla volta, senza fretta.
e ogni volta che mi pensi ricorda che per te sarò una,
come uno è la melagrana che ho ora dinnanzi,
senza rinunciare alla complessità dei moventi,
alla polifonia delle voci,
alla promessa di fecondità che mi porto dentro.
Ti ho già manifestato la mia gioia per questo nuovo amore venuto a scompigliarti i capelli e a riempirti gli occhi, ma sento il bisogno di dirtela ancora.
Considerami vicina a te in queste giornate così dense e cariche di emozioni. Ti siedo accanto nelle notti abitate dalla paura e dalla speranza, che convivono nel cuore di chi custodisce sogni grandi. Rido al ritmo del tuo sorriso vivace, quando le gote si fanno più rosse per l'imbarazzo di un amore ormai noto al mondo e impossibile da nascondere. Piango delle tue stesse lacrime di commozione quando la gioia e la tenerezza si fanno fiume in piena, impossibile da contenere.
E' l'amore che esplode e tu assaporalo Elda, perché anche se durerà in eterno questo gusto non lo avrà più: è una fortuna che l'amore si evolva, cambiando sapore a seconda delle stagioni perché la nostra bocca non ne faccia mai l'abitudine.
Pensandoti, occhi negli occhi, con questo volto in cui ormai riconosci il tuo, ti ho immaginata a cantare l'amore così:
Se vuoi sapere quale amore potrò darti
come melagrana dovrai immaginarmi.
Così ti verrò incontro e lascerò che tu mi scopra.
Non dovrai fermarti al "primo essere" che inganna
anche se in quello già troverai tracce di me.
Alle volte sarò di un rosso definito, altre striato di oro.
Mi mostrerò compatta, salda, forse anche impenetrabile
come se in me fossi compiuta;
ma se avrai il desiderio di guardare dentro
conoscerai l'insufficienza dello sguardo.
In me trovano spazio profondi incavi
disposti ad accogliere pezzi del mio e del tuo infinito.
Incavi del cuore e del ventre, disposti a farsi casa,
incavi nel pensiero e nelle parole che sempre vogliono afferrare l'oltre.
Non sono vuoti, cercano pienezza.
Non sono sterili, custodiscono l'origine.
Vi abitano tanti arilli, quante sono le vite che mi porto dentro.
Sono semi e acqua, vita nella vita.
Attaccati tra loro, ma ognuno distinto,
sono la complessità dei moventi del cuore
la polifonia delle voci dell'anima,
promessa di fecondità.
Fanno il corpo, reggono l'apparenza della buccia
nella loro delicata inconsistenza.
Se vuoi sapere quale amore potrò darti
prendi tra le mani i miei arilli,
portali alla bocca ma senza avidità, custodendo l'unicità di ognuno.
Assapora il succo, non buttar via il seme, è vita nella vita.
Dissetati, ma un chicco alla volta, senza fretta.
e ogni volta che mi pensi ricorda che per te sarò una,
come uno è la melagrana che ho ora dinnanzi,
senza rinunciare alla complessità dei moventi,
alla polifonia delle voci,
alla promessa di fecondità che mi porto dentro.
giovedì 25 dicembre 2014
Pezzi di...Natale (pacco doppio da scartare)!
Sono pensieri di quasi una settimana fa. Li ho appuntati di fretta sfruttando un semaforo rosso. Mi si erano impigliati nella mente e ora cerco di liberarli, di dargli aria. Si sono nutriti della vita che ne è seguita, si sono insaporiti del Bello che mi è venuto incontro in questi ultimi giorni.
Sono pensieri tra loro sconnessi, come fugaci illuminazioni che si accendono ad intermittenza. Per questo provo a mantenerli separati, costringendoli dentro un sottotitolo.
Il mio nuovo paio di scarpe
Ancora una volta un evento insignificante come l'acquisto di un paio di scarponcini - tanto desiderati, questo lo ammetto - si è trasformato in una "porta". Il passaggio si è aperto verso la consapevolezza del vivere "su misura". Lo ribadisco: "su misura", non "con misura".
Quando ci affacciamo alla vita adulta è come se per la prima volta potessimo finalmente scegliere da soli che scarpe indossare. Fino a qualche tempo prima le nostre mamme hanno monitorato e sindacato il colore, la taglia, lo stile della scarpa da comprare, poi arriva un momento in un cui non si sa bene come o perché siamo lasciati soli ad avventurarci per grandi magazzini e vetrine:tutto il mondo delle scarpe è alla nostra portata. Possiamo scegliere tutto (o almeno tutto quanto è nelle nostre possibilità).L'esempio più calzante - involontario gioco di parole - è quello delle scarpe di pelle, perché proprio come una "pelle" si comportano con noi.
Appena troviamo la scarpa "eletta" percepiamo un certo benessere e nel provarla, ancora dentro il negozio, sentiamo che è lei che cercavamo: è semplicemente perfetta. Tuttavia, per uno strano maleficio perpetuantesi di generazione in generazione, spesso - a me sempre - quella stessa scarpa sottoposta ad un primo uso continuativo si rileva diabolica: lo strofinare della nostra pelle contro quella della scarpa inizia a maciullarci il tallone; l'alluce, che al momento dell'acquisto sembrava avesse trovato casa, inizia a sentirsi compresso dalla punta della calzatura. E' sofferenza! Il segreto allora è non mollare. Non lasciare che la "rigidità" della pelle l'abbia vinta, ma aspettare. Aspettare che la scarpa si modelli, prenda la forma del piede, si costruisca intorno ad esso. Se è davvero la nostra scarpa questo avverrà nel giro di poco.
Così come per le scarpe di pelle, dobbiamo accettare che ci sia un tempo di passaggio in cui la vita si costruisce lentamente intorno a noi, in cui noi stessi le diamo forma a fatica e facendoci alle volte male.
Per questa stessa somiglianza tra scarpe e vita non possiamo accettare di calzare una vita non nostra: camminare nelle scarpe di altri, già segnate dalla forma del piede altrui, ci fa assumere posture sbagliate, ci crea disagio, pùò addirittura deformare il nostro piede. Non possiamo costringerci dentro i passi degli altri, nè pensare che altri possano stare "comodi" dentro i nostri passi. Ad ognuno la sua scarpa di pelle: ognuno se la cucia addosso attraverso la vita, le intemperie, i terreni che dovrà attraversare.
Addio
Tante volte negli ultimi anni avrei dovuto dire "addio", ma la paura che dietro si nascondesse qualcosa di definitivo mi ha impedito di farlo. Così per non spaventarmi troppo ho inventato formule di compromesso: "allora...ciao!", "a presto", "a domani....perché in fondo c'è sempre un giorno davanti al quale sperare un domani".
Poi una settimana fa è accaduto l'imprevisto. Mi sono ritrovata, per l'ennesima volta, a salutare - a tempo indeterminato - alcuni cuori amici. So per certo che non si è trattato di un addio, ma per la prima volta mi è venuta voglia di pronunciarlo.
Addio...ad Deum...verso Dio. Non è un saluto, non è un suono per coprire l'abbandono e ridurre la lontananza, è una promessa, come tutte carica di speranza certa. E' come dire: "non vi lascio per andare lontano, ma per trovare il modo di farmi più vicina, mettendomi con voi sulla stessa strada...ad Deum".
Non si tratta più della possibilità di rivedersi, di riparlarsi, di trascorrere del tempo insieme, o meglio non solo. In un "addio" trova spazio il desiderio di respirare insieme l'eternità.
Oh se ogni saluto potesse essere un "addio", l'augurio di un incontro più vero, lì dove i cuori possono spogliarsi e stare accanto nudi senza temere di essere feriti, in Dio!!!
Il gusto dell'addio è il sapore dolce della nostalgia di infinito che ci portiamo dentro.
...Addio: passi diversi, terre lontane, ma una sola direzione!
martedì 9 dicembre 2014
Pezzi di lettere 4)
Carissima Elda,
mi accade spesso di ritrovarmi catapultata dentro i luoghi di vita di altri. Ne condivido gli spazi, dormo nelle loro stanze, mangio con loro, come entità di passaggio ma ben mimetizzata:faccio presto a farmi uno con tutti, a fare casa intorno a me! Sono sempre esperienze di benedizione, doni grandi attraverso i quali mi è concesso di sentire l'odore vero,e non addolcito,dell'umano.
Attraverso realtà apparentemente molto diverse tra loro ma, di fatto, animate e agitate dagli stessi sentimenti: ovunque si muovono passioni e desideri, ovunque serpeggiano dubbi e tristezza, ovunque si fa spazio la paura continuamente in lotta con la speranza.
Le ultime stanze che ho visitato erano segnate da un certo grigiore. Gli occhi di chi le abitava erano velati, forse a proteggersi dalla violenza implicita, e non, troppe volte fissata. Le loro voci erano spente perché il fiato faceva fatica a farsi strada nella gola, nel naso, appesantito dalla rabbia e dal rancore che più di tutto facevano rumore. I loro visi sembravano aver dimenticato quali fossero i muscoli da attivare al passaggio di un sorriso per cui, come in una "ola" andata male in cui i partecipanti non sanno bene quando alzarsi e quando sedersi, spesso rimanevano sospesi in espressioni indefinite, a mezz'aria, contratte. Stanze tappezzate di amori spezzati, traditi, di rivendicazioni egoistiche, di richieste di com-passione urlate come fossero ordini, di spasmodiche ricerche di "ben-essere" trasformatesi in estenuanti tentativi di nuotare in una piscina ormai vuota.
Luoghi di povertà vera, assordante, dalla quale rischi di essere sopraffatta tale è la tua impotenza, in mezzo ai quali però la Bellezza non viene mai vinta del tutto, riuscendo ad arrampicarsi ai piccoli rami che trova disponibili come edera testarda.
Ho capito che per attraversali davvero occorre abdicare subito. Rinunciare all'idea di dover e poter salvare qualcosa o qualcuno. E stavolta credo di averlo fatto, facendomi ancora una volta "foglia docile". Così ho sentito farsi strada e fare capolino al mio orecchio le parole sempre nuove, tanto sono dense, di quella che giustamente conosciamo come la "preghiera semplice": è semplice perché è immediata, diretta, è di totale adesione al reale."Fa di me uno strumento della Tua Pace": solo uno strumento, quale che sia, quello che ti serve, quello che ritieni più utile, al servizio della Tua Pace.
"Dove è offesa, ch'io porti il Perdono.Dove è discordia, ch'io porti l'Unione...Dove è disperazione, ch'io porti la Speranza.Dove è tristezza, ch'io porti la Gioia". Ecco!Che pace, cara Elda, non appena ho capito che niente altro mi si chiedeva che questo: rendere disponibile agli altri quello che avevo conosciuto in Lui, senza dover mentire assecondando le letture di disperazione e discordia degli altri. Comunicare la Verità della Gioia e la Libertà che ne deriva, niente altro.
Così, durante quest'ultima visita nelle stanze degli altri, ho capito cosa voglio fare da grande (finalmente dirai tu!): la portinaia!Ma non per chiudere le porte dietro gli altri - come pure qualcuno mi disse - ma per spalancare porte e finestre nella vita di quanti mi sarà fatto dono di incontrare.
Quelle stanze, quei luoghi, quelle vite hanno bisogno di aria, di respirare aria buona, l'unica che rimette in circolo l'ossigeno. Io voglio farmi strumento perché quell'aria circoli, entri la luce, si riaccenda la Speranza.
Unisciti a me, Elda: spalanchiamo queste finestre per chi non è capace e non ha più la forza di farlo da sé.
mi accade spesso di ritrovarmi catapultata dentro i luoghi di vita di altri. Ne condivido gli spazi, dormo nelle loro stanze, mangio con loro, come entità di passaggio ma ben mimetizzata:faccio presto a farmi uno con tutti, a fare casa intorno a me! Sono sempre esperienze di benedizione, doni grandi attraverso i quali mi è concesso di sentire l'odore vero,e non addolcito,dell'umano.
Attraverso realtà apparentemente molto diverse tra loro ma, di fatto, animate e agitate dagli stessi sentimenti: ovunque si muovono passioni e desideri, ovunque serpeggiano dubbi e tristezza, ovunque si fa spazio la paura continuamente in lotta con la speranza.
Le ultime stanze che ho visitato erano segnate da un certo grigiore. Gli occhi di chi le abitava erano velati, forse a proteggersi dalla violenza implicita, e non, troppe volte fissata. Le loro voci erano spente perché il fiato faceva fatica a farsi strada nella gola, nel naso, appesantito dalla rabbia e dal rancore che più di tutto facevano rumore. I loro visi sembravano aver dimenticato quali fossero i muscoli da attivare al passaggio di un sorriso per cui, come in una "ola" andata male in cui i partecipanti non sanno bene quando alzarsi e quando sedersi, spesso rimanevano sospesi in espressioni indefinite, a mezz'aria, contratte. Stanze tappezzate di amori spezzati, traditi, di rivendicazioni egoistiche, di richieste di com-passione urlate come fossero ordini, di spasmodiche ricerche di "ben-essere" trasformatesi in estenuanti tentativi di nuotare in una piscina ormai vuota.
Luoghi di povertà vera, assordante, dalla quale rischi di essere sopraffatta tale è la tua impotenza, in mezzo ai quali però la Bellezza non viene mai vinta del tutto, riuscendo ad arrampicarsi ai piccoli rami che trova disponibili come edera testarda.
Ho capito che per attraversali davvero occorre abdicare subito. Rinunciare all'idea di dover e poter salvare qualcosa o qualcuno. E stavolta credo di averlo fatto, facendomi ancora una volta "foglia docile". Così ho sentito farsi strada e fare capolino al mio orecchio le parole sempre nuove, tanto sono dense, di quella che giustamente conosciamo come la "preghiera semplice": è semplice perché è immediata, diretta, è di totale adesione al reale."Fa di me uno strumento della Tua Pace": solo uno strumento, quale che sia, quello che ti serve, quello che ritieni più utile, al servizio della Tua Pace.
"Dove è offesa, ch'io porti il Perdono.Dove è discordia, ch'io porti l'Unione...Dove è disperazione, ch'io porti la Speranza.Dove è tristezza, ch'io porti la Gioia". Ecco!Che pace, cara Elda, non appena ho capito che niente altro mi si chiedeva che questo: rendere disponibile agli altri quello che avevo conosciuto in Lui, senza dover mentire assecondando le letture di disperazione e discordia degli altri. Comunicare la Verità della Gioia e la Libertà che ne deriva, niente altro.
Così, durante quest'ultima visita nelle stanze degli altri, ho capito cosa voglio fare da grande (finalmente dirai tu!): la portinaia!Ma non per chiudere le porte dietro gli altri - come pure qualcuno mi disse - ma per spalancare porte e finestre nella vita di quanti mi sarà fatto dono di incontrare.
Quelle stanze, quei luoghi, quelle vite hanno bisogno di aria, di respirare aria buona, l'unica che rimette in circolo l'ossigeno. Io voglio farmi strumento perché quell'aria circoli, entri la luce, si riaccenda la Speranza.
Unisciti a me, Elda: spalanchiamo queste finestre per chi non è capace e non ha più la forza di farlo da sé.
giovedì 20 novembre 2014
Pezzi di lettere 3)
Carissima Elda,
ho finalmente ceduto e come foglia, spontaneamente caduta da un albero arrampicato lungo un corso d'acqua. mi sono ritrovata "portata". Là dove tutto sembrava dovesse finire, dove le mie paure continuavano ad infrangersi a vuoto, dove le mie presunzioni soffocavano i desideri, proprio là tutto ha avuto inizio e la vita ha ripreso a scorrere. Essenziale è stato l'abbandono, che è più dell'affidamento. Nell'affidare si nasconde la speranza che quel qualcosa consegnato all'altro prima o poi ti torni, è come un prestito in fondo. L'abbandono, come dice la parola stessa, è rinuncia totale e definitiva.Ma come tutti gli assoluti anche l'abbandono, se vissuto come tale, diventa un paradosso: rinunci per "avere" finalmente, davvero.
Come foglia cullata dal fiume ho accettato di diventare tutt'uno con l'acqua, ne ho assecondato il movimento, smettendo di fare domande sui tempi, sulla direzione, sul percorso. Ho rinunciato a portarmi dietro alcunché accogliendo ciò che lungo la discesa si attaccherà o appoggerà a me. Non ho scelto in senso proprio, ho piuttosto obbedito alla necessità, quella che tutti i cuori più semplici e poveri riconoscono: l'appartenenza all'Amore.
Forse questa è solo una nuova partenza non un viaggio. Forse questa è solo una tappa non la meta. Ma quel che conta è che oggi il mio quotidiano è qui, qui sono chiamata a vivere come se non ci fosse per me altro tempo o altro spazio ma al contempo come se nessun tempo e nessuno spazio potesse mai contenermi davvero. E' il dono della "presenza".
Tanti mi chiedono perché, fino a quando, come io abbia potuto. Davanti a quelle domande - che in fondo danno voce ai miei dubbi di ieri - sperimento ora una profonda pace: anche se apparentemente sembra che non possano capire io sono certa che la mia risposta risuona anche nel profondo del loro cuore. Giudicano pazzia quello che vorrebbero abbracciare come desiderio più libero del loro animo. Li guardo, li ascolto e sorrido perché so che non è a me che chiedono perché ma a loro stessi che domandano ragione del "perché no?".
Il perché è la promessa di cui sono impastati i miei desideri, che dà respiro ai miei pensieri e ai miei orizzonti. Ho deciso di ascoltare l'impercettibile sussurro di vento che me la suggeriva.La voce non si è fatta più chiara, non riesco ancora a distinguerne tutte le parole ma rispetto a quel poco che avevo intuito ho già trovato riscontro, ed è vita nuova e centuplicata. Quel pezzetto di promessa che oggi già mi è consegnato si è fatto carne nelle braccia di chi mi ha accolto, nella fatica di chi con il suo quotidiano sta rendendo possibile il mio, si è fatto dono di pazienza (tanto implorata) e di umiltà, quell'umiltà vera che viene dal vuoto povero che è luogo di attesa. Sono doni e consegne, chiamate e risposte allo stesso tempo, come è sempre per chi restituisce continuamente. Ho restituito e continuo a restituire il mio tempo, i miei desideri, le mie radici, i miei talenti, pronta a levare ogni giorno le tende, e a farmi straniera fedele ovunque io sia. Perché in quel restituire c'è la Vita nuova, la vita centuplicata, già solo che la foglia accetti di abbandonarsi al Fiume.
ho finalmente ceduto e come foglia, spontaneamente caduta da un albero arrampicato lungo un corso d'acqua. mi sono ritrovata "portata". Là dove tutto sembrava dovesse finire, dove le mie paure continuavano ad infrangersi a vuoto, dove le mie presunzioni soffocavano i desideri, proprio là tutto ha avuto inizio e la vita ha ripreso a scorrere. Essenziale è stato l'abbandono, che è più dell'affidamento. Nell'affidare si nasconde la speranza che quel qualcosa consegnato all'altro prima o poi ti torni, è come un prestito in fondo. L'abbandono, come dice la parola stessa, è rinuncia totale e definitiva.Ma come tutti gli assoluti anche l'abbandono, se vissuto come tale, diventa un paradosso: rinunci per "avere" finalmente, davvero.
Come foglia cullata dal fiume ho accettato di diventare tutt'uno con l'acqua, ne ho assecondato il movimento, smettendo di fare domande sui tempi, sulla direzione, sul percorso. Ho rinunciato a portarmi dietro alcunché accogliendo ciò che lungo la discesa si attaccherà o appoggerà a me. Non ho scelto in senso proprio, ho piuttosto obbedito alla necessità, quella che tutti i cuori più semplici e poveri riconoscono: l'appartenenza all'Amore.
Forse questa è solo una nuova partenza non un viaggio. Forse questa è solo una tappa non la meta. Ma quel che conta è che oggi il mio quotidiano è qui, qui sono chiamata a vivere come se non ci fosse per me altro tempo o altro spazio ma al contempo come se nessun tempo e nessuno spazio potesse mai contenermi davvero. E' il dono della "presenza".
Tanti mi chiedono perché, fino a quando, come io abbia potuto. Davanti a quelle domande - che in fondo danno voce ai miei dubbi di ieri - sperimento ora una profonda pace: anche se apparentemente sembra che non possano capire io sono certa che la mia risposta risuona anche nel profondo del loro cuore. Giudicano pazzia quello che vorrebbero abbracciare come desiderio più libero del loro animo. Li guardo, li ascolto e sorrido perché so che non è a me che chiedono perché ma a loro stessi che domandano ragione del "perché no?".
Il perché è la promessa di cui sono impastati i miei desideri, che dà respiro ai miei pensieri e ai miei orizzonti. Ho deciso di ascoltare l'impercettibile sussurro di vento che me la suggeriva.La voce non si è fatta più chiara, non riesco ancora a distinguerne tutte le parole ma rispetto a quel poco che avevo intuito ho già trovato riscontro, ed è vita nuova e centuplicata. Quel pezzetto di promessa che oggi già mi è consegnato si è fatto carne nelle braccia di chi mi ha accolto, nella fatica di chi con il suo quotidiano sta rendendo possibile il mio, si è fatto dono di pazienza (tanto implorata) e di umiltà, quell'umiltà vera che viene dal vuoto povero che è luogo di attesa. Sono doni e consegne, chiamate e risposte allo stesso tempo, come è sempre per chi restituisce continuamente. Ho restituito e continuo a restituire il mio tempo, i miei desideri, le mie radici, i miei talenti, pronta a levare ogni giorno le tende, e a farmi straniera fedele ovunque io sia. Perché in quel restituire c'è la Vita nuova, la vita centuplicata, già solo che la foglia accetti di abbandonarsi al Fiume.
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