mercoledì 9 ottobre 2013

Non è più in vetrina...ma ne sono parte.

Ho aspettato un po' per scrivere questo nuovo post. Ho aspettato di avere nuove foto da condividere, di trovare nuove storie da raccontare.
Ma non ne ho in effetti. E non perché in queste due settimane il mio soggiorno a NY si sia improvvisamente "svuotato", anzi...
Ho smesso di mettere NY in vetrina e ho iniziato a viverci davvero.
Ho iniziato a tessere il mio quotidiano, che ha preso la forma del vivere comune a tutti: è fatto di ritmi, di tempi che si ripetono con armoniosa continuità, è fatto di fatica, di lavoro, ma soprattutto è fatto di familiarità.
Familiari sono diventati i volti, i luoghi, i gesti. Bello avere un volto amico che ti aspetta alla fermata della metro per far un pezzo di strada con te; un sorriso noto con cui condividere il pranzo; entrare nella sala lettura e guardarti intorno avendo qualcuno da cercare; avere occhi che iniziano a riconoscere i movimenti del tuo cuore intravedendoli nei tuoi occhi.

Forse il prezzo da pagare è il perdere un po' dello stupore, ma esiste la possibilità di mettere insieme le due dimensioni: il gusto rassicurante delle cose che iniziano a "sapere" di te e quello  intrigante delle cose mai provate e tutte da scoprire. Si può continuare a meravigliarsi anche vivendo ogni giorno la stessa cosa: la meraviglia è una condizione dell'anima, che nasce dal saper ascoltare, nella possibile immutabilità dell'essere, la mutevolezza del respiro.

Ho smesso di fare foto ad ogni angolo (il che certo non vorrà dire che non ne farò più) perché ho smesso di guardare dall'esterno questa città: ho iniziato ad entrarci, a diventarne parte...almeno un po'.
Ad accrescere questa sensazione l'incontro inaspettato con un'amica vera del mio cuore, di passaggio per qualche ora qui. La sensazione di accoglierla in uno spazio in fondo "mio" e anche un po' "suo", unita alla percezione che quando sono i cuori ad incontrarsi, e non solo i corpi, il dove sia davvero irrilevante: casa.

Non ho foto, quindi, da condividervi ma vita quella sì, consapevole che la vita pulsa a NY come in qualsiasi angolo dell'universo.
Il mio tempo qui si è arricchito di nuovi compagni di strada che sono diventati compagni di scoperte: storie diverse, diverse radici, ma nella voce e nel cuore desideri e difficoltà comuni. La solidarietà facilita il senso di appartenenza e lo alimenta (e questa è una verità sociale). Loro il contenuto vero delle cose che sperimento che fanno da cornice.
L'offerta infinita di questa città  mi ha portata dall' happy hour al museo buddista (con a seguire cena Thai a base di maiale ed ostriche:super!), al documentario sul movimento MOVE  al Forum Film; dal sandwich canterino e ruomoroso di Stardust al pane povero spezzato e condiviso per il transitus alla Chiesa di San Francesco di Assisi sulla 34sima, alla messa/fiesta della comunità domenicana vicino casa; dalla serata interattiva di musica (con una cantante pazzesca che con la sola voce riusciva a ricreare intorno a sè la musicalità di un intero complesso) e poesia dell'East al concerto della Jazz Orchestra della Juilliard Academy, dal famigerato Yoga della Public Library alla lunga passeggiata di Brooklyn Bridge (si, di nuovo e non mi stancherò mai di rifarla).

Penso tanto, provo sentimenti intensi e contrastanti, parlo con tanta gente ogni giorno, progetto, sogno, desidero...insomma vivo...e non è poi così scontato, no?
Vivere, ovunque, tu sia, è la prima grande conquista che puoi fare.
Notte!






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